Il Tar L’Aquila ha stabilito tre principi che limitano i divieti comunali e accelerano le autorizzazioni
Quel diniego che sa di divieto assoluto
Hai chiesto al Comune il permesso per installare i pannelli solari sul tetto della tua casa o della tua azienda. Hai preparato i documenti, verificato che la superficie fosse idonea, magari anche fatto due calcoli sul risparmio in bolletta. Poi è arrivata la risposta: un diniego con motivazioni vaghe, un paio di frasi generiche sull’impatto paesaggistico o sulla compatibilità urbanistica, senza un vero riferimento alla tua pratica. Niente di tecnico, niente che spieghi perché proprio il tuo impianto non può stare lì. Sembra quasi un no di principio, come se il Comune ti stesse dicendo: qui le rinnovabili non si fanno.
Non sei il solo. In tutta Italia, ogni giorno, cittadini e piccole imprese si scontrano con amministrazioni locali che alzano muri di carta contro gli impianti a fonti rinnovabili. Spesso senza una reale istruttoria, a volte con divieti nascosti dentro regolamenti edilizi che nessuno ha mai impugnato. E di fronte a un diniego, la sensazione più comune è quella di impotenza: se il Comune dice no, cosa posso fare? Ma la legge dice davvero che i Comuni hanno l’ultima parola? Una recente pronuncia della giustizia amministrativa ribalta la prospettiva.
Il TAR fissa le regole: niente più divieti generici
La risposta arriva da una recente sentenza del TAR L’Aquila, depositata lo scorso 7 luglio. I giudici hanno messo nero su bianco tre principi che cambiano l’equilibrio tra chi vuole produrre energia pulita e chi prova a impedirglielo. Il primo: i Comuni non possono vietare in via generale e astratta l’installazione di impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili, e non possono farlo nemmeno attraverso la pianificazione urbanistica locale. In altre parole, un regolamento comunale che esclude a priori i pannelli da un’intera zona, senza una valutazione caso per caso, è illegittimo. Il secondo principio riguarda il comportamento dell’amministrazione dopo che un giudice ha annullato un diniego. Secondo il TAR, l’amministrazione non può utilizzare, per la prima volta nella fase di riedizione del potere, motivi ostativi che erano già rilevabili durante l’istruttoria del procedimento concluso con il provvedimento annullato. Tradotto: se il Comune quando ha esaminato la tua pratica poteva già sapere di un certo vincolo ma non l’ha contestato in tempo, non può tirarlo fuori dopo che il giudice gli ha dato torto, solo per bloccarti di nuovo.
C’è poi il terzo principio, quello più concreto per chi sta lottando con la burocrazia. Il mancato esercizio del potere inibitorio entro 30 giorni può determinare la formazione tacita del titolo abilitativo. Se il giudice annulla il diniego e il Comune, entro il mese successivo, non adotta un nuovo provvedimento motivato che rispetti le regole, il titolo abilitativo si forma automaticamente. Nel caso specifico si parlava di una Procedura Abilitativa Semplificata, la PAS, uno degli strumenti introdotti dal decreto legislativo 28 del 2011 per snellire l’iter degli impianti medio-piccoli. Per capirci: la PAS è la strada pensata per molti impianti residenziali e aziendali, più rapida dell’Autorizzazione Unica ma comunque soggetta a verifica comunale. Ecco: se il Comune ti dice no in modo illegittimo, tu vinci il ricorso e dopo 30 giorni di silenzio il permesso si considera ottenuto. Non è una concessione, è un diritto che scatta automaticamente.
La sentenza richiama esplicitamente il principio europeo della massima diffusione degli impianti alimentati da fonti rinnovabili, che per l’ordinamento italiano non è un optional ma un vincolo. E non è una novità assoluta: già nel 2011 il D.Lgs. 28/2011, recependo la direttiva 2009/28/CE, aveva disegnato tre regimi autorizzativi – Autorizzazione Unica, PAS e comunicazione per attività in edilizia libera – proprio per evitare che ogni Comune si inventasse le proprie regole. Eppure, nonostante la legge fosse già chiara, la prassi amministrativa ha continuato a produrre blocchi. Ma se la legge ora è chiara, perché allora quasi sette progetti su dieci sono ancora bloccati nella burocrazia?
I numeri dell’Italia bloccata e cosa fare
I numeri raccolti da Legambiente non mentono. Su 1.781 impianti attualmente in valutazione nelle procedure Via Pnrr-Pniec, ben 1.234 – il 69,3% – sono ancora in attesa della conclusione dell’istruttoria tecnica. Quasi sette progetti su dieci restano intrappolati nella burocrazia. E non si parla solo di mega parchi eolici: dentro quel calderone ci sono anche impianti fotovoltaici su tetto di capannoni e abitazioni, progetti che non divorano suolo ma sfruttano superfici già edificate, e che potrebbero far risparmiare soldi veri alle famiglie e alle imprese. Il dato fa arrabbiare, ma contiene anche una notizia positiva: se sei nel 69,3% di pratiche in stallo, oggi hai uno strumento in più per smuovere le acque.
Cosa fare, in concreto, se il tuo Comune oppone un diniego che sa di divieto assoluto? Primo: leggi bene la motivazione. Se è generica, se non entra nel merito del tuo impianto specifico, se richiama regolamenti locali che escludono in blocco le rinnovabili, allora il provvedimento è probabilmente impugnabile. Secondo: valuta il ricorso al TAR. Non serve essere una multinazionale: anche un privato cittadino o una piccola impresa possono agire, e la giurisprudenza recente, come quella aquilana, sta rafforzando la posizione di chi investe nelle rinnovabili. Terzo, e qui sta la vera novità: se vinci il ricorso, tieni d’occhio il calendario. Dal giorno in cui il giudice annulla il diniego, il Comune ha 30 giorni di tempo per emanare un nuovo atto, legittimo e fondato su elementi che non poteva già conoscere prima. Se restano fermi, scatta il silenzio-assenso sulla PAS e tu puoi installare. Non devi chiedere un nuovo permesso, non devi ricominciare da zero: il titolo si è formato.
Certo, la strada del ricorso ha un costo e richiede un avvocato amministrativista, e non sempre conviene per impianti molto piccoli. Ma se il tuo progetto ha un senso economico – e oggi con i prezzi dell’energia e le detrazioni fiscali disponibili, un impianto fotovoltaico residenziale si ripaga in 5-7 anni – allora sapere che la legge non lascia l’ultima parola al Comune può fare la differenza tra mollare e insistere. La transizione energetica passa anche da una battaglia legale vinta. Se il tuo Comune ti dice no senza un motivo valido, oggi hai uno strumento in più per far valere il tuo diritto a produrre energia pulita. Non fermarti al primo ostacolo.




