Nel 2010, ad Assisi, Michelangelo Pistoletto aveva disegnato il simbolo del Terzo Paradiso con 121 ulivi. Il 23 agosto 2026, a Ulaanbaatar, lo stesso segno a tre cerchi è stato tracciato con alberi di oleastro, una specie autoctona utile a contrastare la desertificazione. Il simbolo è lo stesso, la pianta no: è qui che sta il senso dell’operazione. L’opera permanente promossa dall’Ambasciata d’Italia in Mongolia è stata inaugurata due mesi fa, mentre la capitale mongola ospitava la COP17 della Convenzione ONU contro la desertificazione (UNCCD), in programma dal 17 al 28 agosto 2026. Questa non è quindi una notizia dell’ultima ora. A distanza di qualche settimana conviene però rileggerla, per capire cosa regge del progetto e cosa resta sulla carta.
Stesso simbolo, altra pianta
Il precedente italiano aiuta a capire la differenza. Ad Assisi, come ricostruisce la cronologia ufficiale dell’artista, il Terzo Paradiso era un’opera di Land Art permanente: 121 ulivi su un’area accessibile di 3.000 metri quadrati nel Bosco di San Francesco, recuperato in collaborazione con il FAI. L’ulivo era la scelta naturale per il paesaggio umbro, carico di significati e perfettamente adattato a quel clima.
Riprodurre lo stesso schema in Mongolia con lo stesso albero sarebbe stato un errore di progetto. La scelta dell’oleastro sposta invece l’opera dal piano puramente simbolico a quello di un piccolo intervento agronomico. Una specie autoctona è già adattata al suolo e al clima locali, e per questo può contribuire alla lotta alla desertificazione invece di richiedere cure continue per sopravvivere. Il progetto è stato inoltre collegato al Billion Trees Movement, l’iniziativa lanciata dalla Mongolia per promuovere la riforestazione e la protezione degli habitat naturali. All’inaugurazione erano presenti l’ambasciatrice d’Italia in Mongolia, Giovanna Piccarreta, e Sandag-Ochir, ministro mongolo dell’Ambiente e del cambiamento climatico. Resta però un punto: anche un simbolo piantato con criterio è soltanto un punto su una mappa. Bisogna capire quanto pesa davanti alla superficie da recuperare.
Il 77% di 1,56 milioni di chilometri quadrati
Basta allargare l’inquadratura per cambiare scala. Secondo l’UNCCD, la Mongolia è tra i paesi più colpiti da desertificazione e degrado del suolo, con quasi il 77% del territorio già degradato. Come ricorda la pagina dedicata alla COP17, quel territorio misura 1,56 milioni di chilometri quadrati. Il calcolo è semplice: la superficie compromessa supera il milione di chilometri quadrati. Un cerchio di oleastri, per quanto ben pensato, non fa parte di questo ordine di grandezza. Funziona come dimostratore, non come impianto.
C’è poi un’altra questione: chi presidia già questo terreno sul piano tecnico. La Cina, scrive il quotidiano China Daily, è integrata nell’agenda mongola di ripristino del territorio con istituzioni proprie, con tecnologia verde legata al settore minerario e con supporto tecnico alla stessa campagna One Billion Trees. La presenza è strutturata da tempo: già nel settembre 2023 era stato inaugurato a Ulaanbaatar il China-Mongolia Desertification Prevention and Control Cooperation Center, nato per sostenere la spinta verde del paese. Se la parte istituzionale e tecnica è già occupata, la partita si sposta sulla finanza. E qui conviene contare con attenzione.
Annunciati, nuovi, confermati: tre cifre diverse
La cifra di testa è grande. Secondo il comunicato dell’UNCCD sugli esiti della COP17, governi, banche di sviluppo, fondi e aziende hanno annunciato un portafoglio di 1,3 miliardi di dollari distribuito su 23 paesi in cinque continenti. Come per la potenza di targa di un impianto, però, il numero dichiarato va scomposto prima di diventare un dato di progetto.
Il primo strato riguarda la finanza nuova. Dei 1,3 miliardi, 644,5 milioni di dollari sono stati identificati come risorse aggiuntive: meno della metà del totale. Il resto, per esclusione, non viene qualificato come nuovo. Il secondo strato è quello che conta per chi deve aprire un cantiere: della quota nuova, 216,4 milioni risultano già confermati e avviati verso l’attuazione. In pratica, circa un sesto della cifra annunciata ha oggi una copertura dichiarata come certa, e questo su 23 paesi, non solo sulla Mongolia. Gli altri 428 milioni di finanza nuova restano, nei termini del comunicato, identificati ma non confermati.
Sul fronte delle regole comuni il quadro non è più definito. In uno dei documenti decisionali pubblicati dalla Convenzione le Parti stabiliscono di proseguire le discussioni alla diciottesima Conferenza delle Parti. Una formula che, tradotta, sposta in avanti il confronto. Restano così aperte due domande: quanta parte della finanza non confermata arriverà prima della COP18, e se i progetti che ne nasceranno seguiranno la stessa logica dell’oleastro, cioè specie adatte al sito invece di piantagioni scelte per fare numero.
Per chi progetta e gestisce interventi di ripristino, la lezione di Ulaanbaatar è piuttosto concreta. Scegliere la specie giusta per il suolo vale più del gesto simbolico, e in questo il Terzo Paradiso mongolo è un buon esempio di metodo. Il limite però è altrettanto chiaro: si pianifica sui 216,4 milioni confermati, non sugli 1,3 miliardi annunciati, e la cornice condivisa è stata rinviata alla prossima Conferenza delle Parti.




