Il ministro: prelievo sotto le attese, ora contributi concordati con le imprese

Circa 1,2 miliardi di euro. È quanto lo Stato ha incassato dalle aziende energetiche con il prelievo sugli extraprofitti, oltre 9 miliardi in meno rispetto a quanto era stato preventivato. Il dato, ricostruito in un fact-checking di Pagella Politica, è il punto di partenza per leggere una frase che a inizio settembre aveva fatto discutere. Intervenendo al Forum di Cernobbio, come riportato da Staffetta Quotidiana in un articolo del 7 settembre, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha detto che quello di “extraprofitti” è un concetto che “non esiste in economia”.

Un buco da 9 miliardi e una parola che “non esiste”

Presa da sola, la dichiarazione di Pichetto può sembrare una posizione teorica, quasi una disputa sul lessico degli economisti. Accostata ai numeri, cambia significato. Secondo la ricostruzione di Pagella Politica sul gettito, il prelievo ha portato nelle casse pubbliche meno di un ottavo della somma che ci si attendeva: su circa 10,2 miliardi complessivi stimati, ne è arrivato 1,2. Non si tratta di uno scostamento marginale ma di un ordine di grandezza diverso.

A diverse settimane da Cernobbio, quella frase si legge quindi più come una presa d’atto che come un principio. Se lo strumento ha reso così poco rispetto alle previsioni, la domanda successiva è chi dovesse pagarlo, chi ne fosse escluso e quale alternativa proponga ora il ministro.

Dal prelievo al contributo concordato

Il perimetro del nuovo intervento era stato definito nel testo esaminato dal governo. Come aveva ricostruito Il Sole 24 Ore analizzando la bozza, l’articolo 37 del provvedimento passato in Consiglio dei ministri elencava tra i destinatari del prelievo straordinario tutti i componenti della filiera energetica. Con una sola eccezione: i soggetti regolati che si occupano esclusivamente del trasporto e della distribuzione di energia elettrica e di gas, cioè società come Snam, Terna e Italgas. La logica della distinzione è comprensibile: chi gestisce reti a tariffa regolata non beneficia direttamente delle oscillazioni dei prezzi dell’energia come chi la produce o la vende. Ma è proprio sulla base imponibile, cioè su quanto margine “straordinario” sia davvero individuabile e tassabile,
che le previsioni di gettito si sono rivelate fragili.

È qui che si inserisce la posizione di Pichetto. Secondo la lettura di Quotidiano Energia, la tesi del ministro è: non tasse sugli extraprofitti, ma eventualmente contributi concordati con le imprese, in particolare quelle partecipate dallo Stato. Una linea, osserva la stessa testata, coerente con quella del suo partito, Forza Italia. Il ministro ha spiegato le ragioni della sua contrarietà al prelievo in termini di stabilità per chi investe: «Io credo che non si possa andare su meccanismi di Stato dove a caso si vanno a cercare gli extraprofitti usando un concetto che non esiste e una penalizzazione, perché non si dà sicurezza di mercato», ha detto, come riportato da Affaritaliani.

Il contrasto è netto. Da una parte una tassa che, almeno nella bozza, abbracciava l’intera filiera tranne le reti regolate; dall’altra un’ipotesi negoziale, che punta soprattutto sulle aziende in cui lo Stato è azionista e con cui ha quindi un canale diretto. Il vantaggio rivendicato è la prevedibilità: le imprese saprebbero in anticipo quanto versare, senza il rischio di essere colpite da interventi fiscali decisi di volta in volta. Il punto debole è altrettanto evidente: un contributo concordato dipende dalla disponibilità delle aziende a sottoscriverlo e dal potere contrattuale di chi siede al tavolo. Resta da capire se un meccanismo volontario possa garantire più gettito di una tassa obbligatoria che ha già deluso le aspettative di oltre 9 miliardi.

Bruxelles lascia fare, il Platts resta

Sul piano europeo non ci sono ostacoli formali a nessuna delle due strade. La Commissione Europea ha chiarito, come riportato da Rainews in un articolo sulle compagnie petrolifere, che la tassazione degli extraprofitti è di competenza degli Stati membri, che possono agire sulla base della legislazione nazionale. In altre parole, la scelta tra prelievo, contributo concordato o nessun intervento è interamente italiana, e il governo non può appoggiarsi a un vincolo comunitario né per giustificare una tassa né per evitarla.

C’è però un limite che vale per qualunque opzione. Come spiega un’analisi di QualEnergia sui prelievi ai petrolieri, tassare gli extraprofitti dei raffinatori significa che “si redistribuisce la rendita, senza eliminare il meccanismo che genera il prezzo elevato”, perché il prezzo all’ingrosso resta determinato dal Platts, le quotazioni di riferimento su cui si formano i listini. Il prelievo, in questa lettura, agisce a valle: preleva una parte dei margini dopo che si sono formati, ma non interviene su come si forma il prezzo che pagano consumatori e imprese.

Lo stesso vale, a maggior ragione, per un contributo negoziato. Che i soldi arrivino con una tassa o con un accordo, la quantità di rendita disponibile dipende da quanto il prezzo di riferimento si discosta dai costi, e quel prezzo non è deciso a Roma. L’indicatore da seguire nei prossimi mesi è quindi doppio. Da un lato l’andamento delle quotazioni Platts, che determinano quanto margine ci sarà da redistribuire. Dall’altro la cifra di qualunque futuro accordo con le imprese, da confrontare con l’unico termine di paragone disponibile: gli oltre 9 miliardi che la tassa sugli extraprofitti avrebbe dovuto portare e non ha portato.