Oltre 4.800 configurazioni attive al 31 agosto, ma potenza media sotto i 100 kW.
A Santa Marinella la comunità energetica rinnovabile “A TUTTO SOLE” riunisce 26 utenze attorno a due impianti, per una potenza totale di 8 kW. Sono 26 punti di consumo che si spartiscono la produzione di un piccolo impianto domestico. La scheda compare nella Vetrina delle CER del GSE, la pagina pubblica in cui il Gestore dei servizi energetici censisce le configurazioni sul territorio. Dall’altra parte c’è un programma di sovvenzione da 795,5 milioni di euro. Messi uno accanto all’altro, i due numeri mostrano la distanza tra quello che le comunità energetiche promettono e quello che sono oggi. I dati aggregati, va detto subito, non sono freschi: sono aggiornati al 31 agosto e sono stati diffusi dal GSE a inizio settembre. Vanno quindi letti come una fotografia scattata quasi due mesi fa.
Quattromilaottocento comunità, quattrocento megawatt
Dai 26 vicini di Santa Marinella si può passare al quadro nazionale. Secondo il comunicato con cui il GSE ha presentato la Vetrina, al 31 agosto le configurazioni di Comunità Energetiche Rinnovabili con contratti attivi o in fase di finalizzazione erano oltre 4.800. Insieme contavano una potenza complessiva degli impianti di circa 400 MW e oltre 51 mila punti di connessione associati. Detto così, sembra un settore in salute.
Basta però fare una divisione, molto grossolana, per cambiare prospettiva. Quattrocento megawatt distribuiti su più di 4.800 configurazioni danno in media meno di 100 kW a comunità. I punti di connessione per comunità sono in media una decina. A finanziare questo insieme c’è un programma di sovvenzione finanziaria per complessivi 795,5 milioni di euro, gestito direttamente dal GSE. La partecipazione quindi esiste, ed è ampia. La potenza installata è un’altra questione. Resta da capire chi c’è davvero dietro quelle 4.800 sigle.
Dalla Vetrina: comunità piccole, a volte piccolissime
Per capirlo bisogna passare dal dato nazionale ai nomi propri, e sfogliare le schede della Vetrina dal Lazio al Piemonte, dalla Campania al Molise. A Cantalupa, in provincia di Torino, l’associazione non riconosciuta “ENERGIA PER TUTTI” mette insieme 46 utenze e quattro impianti, per 21 kW complessivi. È una comunità molto partecipata, quasi un piccolo pezzo di paese, che però produce poco: in media meno di mezzo kilowatt per utenza. Somiglia al caso di Santa Marinella. In entrambi la comunità è soprattutto un fatto sociale, un gruppo di persone che decide di condividere energia, e solo in seconda battuta un’infrastruttura energetica.
Altrove succede il contrario. A Castelnuovo Cilento, in provincia di Salerno, la CER “ANDROMEDA” ha un solo impianto da 100 kW e appena cinque utenze. A Ripalimosani, in provincia di Campobasso, la CER “AMARES” conta 37,10 kW su un impianto e due sole utenze. Nella Vetrina compare anche una configurazione da 50 kW, un impianto, tre utenze, servita dal gestore di rete DEVAL e senza fondi PNRR. In questi casi la comunità è di fatto un impianto con pochissimi soci attorno. Ha una dimensione più vicina all’autoconsumo di un’impresa o di un piccolo gruppo che a quella di una comunità in senso proprio.
Ne viene fuori un modello a geometria variabile, e non per forza è un difetto: la norma consente configurazioni molto diverse, e i territori le usano in modi diversi. Ma tanta varietà ha un costo. Ogni comunità, che abbia 2 o 46 utenze, deve presentare domande, gestire contratti, rendicontare e incassare incentivi. Il peso amministrativo non cresce in proporzione ai kilowatt. Grava allo stesso modo su chi ha 8 kW e su chi ne ha 100. Per reggere tutto questo serve una macchina amministrativa agile.
Il collo di bottiglia si chiama piattaforma
Dietro ogni scheda della Vetrina ci sono volontari, associazioni e piccoli comuni che devono dialogare con il GSE, e il gestore sembra essere proprio il punto debole. Riccardo Troisi, presidente del Coordinamento Cers Lazio, ha descritto ai giornalisti di QualEnergia, in un articolo sulle critiche alla Vetrina, i problemi segnalati dalle comunità: «un sito farraginoso che non funziona e la lentezza delle risposte, che a volte sono inadeguate alle richieste delle Cer». È la voce di un coordinamento regionale, non un’indagine sistematica. Ma indica un problema che i numeri aggregati non mostrano.
Se le cose stanno così, il limite della transizione dal basso non è solo tecnico o economico. È anche amministrativo. I 795,5 milioni del programma esistono, ma arrivano alle comunità attraverso uno sportello, e se lo sportello è lento i soldi arrivano tardi. Il dato del GSE, poi, mette insieme configurazioni con contratti attivi e configurazioni “in fase di finalizzazione”. La distinzione conta: le seconde non hanno ancora completato il percorso. Il comunicato non dice quante siano le une e quante le altre.
Le comunità energetiche ci sono, sono migliaia e coinvolgono decine di migliaia di punti di connessione. La loro crescita però passa da un’interfaccia che le stesse CER, almeno nel Lazio, giudicano lenta e farraginosa. Se a decidere sono la velocità delle risposte e il funzionamento di un sito, quante di quelle oltre 4.800 configurazioni arriveranno davvero a incassare? E chi pagherà l’attesa: i soci di Santa Marinella e di Cantalupa, o la credibilità dello strumento stesso?




