A Deniliquin il progetto da 200MWh è stato approvato nonostante 71 osservazioni contrarie e un solo parere favorevole

Chiunque abbia visto un vicino installare qualcosa di nuovo conosce la domanda: «E se prende fuoco?». È la stessa che si pone chi valuta una batteria domestica da affiancare ai pannelli sul tetto, solo che a Deniliquin, nella regione australiana della Riverina, riguarda un’intera comunità. A fine settembre il governo del New South Wales ha concesso il development consent per il Deniliquin East BESS, un sistema di accumulo a batterie da 100MW/200MWh proposto da BESS Arctic Pty Ltd. Non è una notizia dell’ultima ora: è una decisione presa da qualche settimana, con cui chi abita in zona dovrà fare i conti nei prossimi anni.

71 no e un solo sì: la paura arriva prima delle batterie

Il progetto occuperà un’area di 3,53 ettari su un terreno usato storicamente per il pascolo delle pecore. Lì arriveranno circa 80 moduli di batterie agli ioni di litio, chiusi in container. Durante la fase di consultazione la reazione è stata netta. Secondo quanto riportato da pv magazine Australia sull’approvazione del progetto, sono arrivate 71 osservazioni pubbliche contrarie, comprese quelle di nove gruppi di interesse, contro una sola a favore e un commento.

Le obiezioni ruotavano attorno a tre temi: i rischi di incendio, l’utilità stessa delle energie rinnovabili e la compatibilità dell’impianto con l’uso agricolo del suolo. Sono preoccupazioni comprensibili, e non vanno liquidate come semplice ostilità al cambiamento. Il consenso però è arrivato comunque. Per capire perché, conviene guardare che cosa c’è davvero dentro quei container.

Cosa c’è nei container: numeri, limiti e una rete che chiede batterie

Il primo dato sembra un paradosso. Sulla carta l’impianto è da 100MW di potenza e 200MWh di energia accumulabile. Come spiega ESS News nella sua analisi del progetto, però, la capacità installata nelle celle è di 120MW/240MWh, cioè più alta di quella nominale. Per questo il consenso del New South Wales fissa un tetto: la potenza immessa in rete non potrà superare i 100MW, mentre l’energia accumulata sul sito potrà arrivare fino a 240MWh. Tradotto: c’è margine fisico in più, ma la quantità di energia che l’impianto può spingere in rete in ogni momento è limitata per iscritto. È un dettaglio tecnico che conta, perché diventa un obbligo verificabile e non una promessa.

Poi ci sono i soldi. Nell’avviso di decisione, il Department of Planning, Housing and Infrastructure stima il valore dell’investimento in circa 118 milioni di dollari australiani, pari a circa 82,6 milioni di dollari statunitensi. Le ricadute occupazionali indicate dal dipartimento sono fino a 52 posti di lavoro durante la costruzione e due a impianto operativo. Numeri che vanno letti con onestà: il cantiere porterà movimento per un periodo, ma a regime l’impianto darà lavoro stabile a pochissime persone.

Perché allora il governo spinge su progetti del genere? La risposta sta nella rete. Il Deniliquin East BESS si collegherà al National Electricity Market (NEM), la rete che serve gran parte dell’Australia orientale. Secondo AEMO, l’operatore del mercato elettrico, nell’anno finanziario 2026 un record di 9,1GW di nuova capacità di generazione e accumulo ha raggiunto la piena produzione nel NEM, mentre la coda dei progetti in attesa di connessione è cresciuta del 42%, arrivando a 75,4GW. In un comunicato dedicato alle connessioni AEMO spiega che le batterie rappresentano il 49% della capacità totale in questa coda e che la capacità delle batterie standalone, cioè non abbinate a un impianto solare o eolico, è salita in un anno da 20,5GW a 33,2GW. Circa il 74% dei progetti di batterie è di tipo grid-forming: sistemi in grado non solo di accumulare e restituire energia, ma anche di contribuire a stabilizzare la rete.

Il quadro, insomma, è quello di un sistema elettrico che si riempie di batterie per assorbire la produzione rinnovabile e rilasciarla quando serve. Deniliquin East è un tassello di questa corsa, in cui operano diversi sviluppatori: il sito di Gransolar Development Australia, per esempio, dichiara più di 2.000MW di progetti rinnovabili in varie fasi di sviluppo e quattro progetti BESS standalone già consegnati.

Dal pascolo al cantiere: cosa aspettarsi dal 2027

Sul campo, per ora, non cambia nulla: l’avvio della costruzione è previsto nel 2027. Fino ad allora il terreno resterà quello che è, e dopo ospiterà un impianto da oltre cento milioni di dollari australiani che, a regime, darà lavoro a due persone. Non è la promessa di un rilancio economico locale, ed è giusto dirlo.

La paura del fuoco e del suolo sottratto all’agricoltura è legittima, ma si affronta meglio con i numeri in mano: un limite di potenza fissato nell’autorizzazione, tempi di cantiere noti, ricadute occupazionali dichiarate. Chi vive accanto a un impianto del genere, o chi sta valutando una batteria molto più piccola per casa propria, ha a disposizione una mossa concreta: leggere che cosa prevede l’autorizzazione e chiedere che venga rispettata. Sarà quello il metro con cui misurare il progetto negli anni a venire.