L’embargo americano sui modelli Anthropic spinge Cina e Giappone a lanciare alternative in 24 ore
Sabato 27 giugno, la cinese 360 e la giapponese Sakana AI hanno presentato Tulongfeng e Fugu, due modelli linguistici disegnati per competere direttamente con i gioielli di Anthropic finiti sotto chiave per decreto governativo. La sequenza che ha portato a questo punto di rottura si è consumata in meno di un mese, ma il dato che colpisce è la reattività degli attori asiatici: se venerdì scorso, 26 giugno, l’amministrazione Trump estendeva l’accesso privilegiato a Mythos 5 per oltre cento agenzie federali e aziende selezionate, il giorno dopo due concorrenti diretti erano già sul tavolo. Non è una coincidenza, ma il sintomo di un mercato che ha imparato a riempire i vuoti alla velocità con cui vengono creati.
La tempesta perfetta in tre mosse
Per capire cosa è successo bisogna riavvolgere il nastro di due settimane. Lo scorso 12 giugno, l’amministrazione Trump ha emesso una direttiva di controllo delle esportazioni che sospende l’accesso a Fable 5 e Mythos 5 per qualsiasi cittadino straniero, dentro o fuori i confini americani, inclusi i dipendenti non statunitensi della stessa Anthropic. Una misura drastica, motivata con generiche ragioni di sicurezza nazionale, che ha costretto l’azienda a disabilitare entrambi i modelli per tutti i clienti, come confermato da Anthropic in una nota ufficiale pubblicata lo stesso giorno. Non una restrizione selettiva: uno spegnimento secco, che ha lasciato scoperto un intero ecosistema di utilizzatori commerciali e istituzionali fuori dagli Stati Uniti.
Poi, venerdì 26 giugno, la parziale riapertura: il governo concede ad Anthropic di rendere Mythos 5 disponibile a più di cento agenzie e aziende governative statunitensi. È un allentamento che però traccia un perimetro netto: dentro, un club ristretto di attori americani; fuori, il resto del mondo. L’accesso privilegiato concesso il 26 giugno non è la fine dell’embargo, ma la sua istituzionalizzazione. E il giorno successivo, sabato 27, la risposta asiatica. Ventiquattr’ore esatte tra il segnale americano — «i modelli migliori restano qui» — e la controprova che quei modelli migliori possono essere replicati altrove, in fretta.
La morsa di Washington e l’effetto boomerang
La scelta dell’amministrazione Trump risponde a una logica che potremmo definire di protezionismo strategico: blindare le architetture più avanzate per impedire che attori stranieri — statuali o privati — possano utilizzarle per colmare gap tecnologici o, nello scenario peggiore, per scopi militari. La direttiva del 12 giugno ha formalizzato un principio che circolava da mesi nei corridoi di Washington: l’intelligenza artificiale di frontiera è un asset di sicurezza nazionale, non un prodotto commerciale come gli altri. Bloccare l’accesso a Fable 5 e Mythos 5 per qualsiasi cittadino straniero — inclusi dipendenti Anthropic con passaporto non americano — è stata la traduzione operativa più estrema di questo principio.
Ma c’è un paradosso che inizia a delinearsi con nettezza. Nel momento stesso in cui il governo alza le barriere, indebolisce la posizione delle aziende che intende proteggere. Il caso di OpenAI è emblematico. Venerdì scorso, la società ha annunciato di aver limitato il rilascio dei tre nuovi modelli della famiglia GPT-5.6 — Sol, Terra e Luna — a un piccolo gruppo di partner fidati, su esplicita richiesta del governo. OpenAI non ha nascosto il proprio disagio: «Non crediamo che questo tipo di processo di accesso governativo debba diventare lo standard di lungo periodo», ha dichiarato l’azienda, segnando una presa di distanza pubblica che è rara nel settore. La tensione è evidente: se il vincolo governativo diventa la norma, i laboratori americani rischiano di perdere il contatto con il mercato globale proprio quando la concorrenza internazionale accelera.
La limitazione imposta a GPT-5.6 ha colpito tutti e tre i modelli, non solo Sol — il più potente — ma anche Terra e Luna. Questo dettaglio è significativo: suggerisce che la restrizione non è calibrata sulla capacità effettiva del singolo modello, ma applicata a pioggia sull’intera linea. Il risultato è che un’azienda come OpenAI si trova a operare con il freno a mano tirato, mentre player di altri paesi colgono l’opportunità per posizionarsi come alternative credibili e accessibili. Non è una dinamica nuova nella storia della tecnologia — restrizioni all’export di semiconduttori hanno accelerato lo sviluppo di capacità produttive in Cina, per esempio — ma nel caso dell’AI la velocità di reazione è di un ordine di grandezza diverso.
Chi raccoglie i frutti del protezionismo
Se Washington chiude le porte, il resto del mondo costruisce le proprie. I lanci di sabato 27 giugno sono la dimostrazione plastica di come il vuoto venga riempito in fretta. La società cinese 360 — un nome noto nella cybersecurity, non esattamente un laboratorio di frontiera dell’AI generalista — ha presentato Tulongfeng, uno strumento che l’azienda sostiene possa competere testa a testa con Mythos di Anthropic. Non abbiamo benchmark indipendenti per verificare questa affermazione — e, come per tutti i record annunciati, è utile chiedersi su quale base di confronto vengano misurati — ma il segnale è chiaro: il mercato cinese percepisce un’occasione e la coglie, mobilitando competenze e risorse accumulate negli anni della competizione tecnologica con gli Stati Uniti.
Sul fronte giapponese, Sakana AI — una startup con base a Tokyo — ha lanciato Fugu, un nome che richiama il pesce palla, noto per essere letale se non preparato con precisione. L’azienda dichiara che il modello «sta spalla a spalla con modelli di punta come Fable 5 e Mythos Preview di Anthropic». Anche qui, cautela: Sakana AI è una realtà giovane, e i confronti autodichiarati vanno presi con beneficio d’inventario. Ma il pattern è innegabile: nel giro di ventiquattr’ore dalla mossa americana, due società di due paesi diversi hanno messo sul tavolo prodotti che si propongono come equivalenti funzionali dei modelli blindati. Non stiamo parlando di prototipi di laboratorio, ma di annunci commerciali che parlano la lingua del mercato — “compete con”, “sta spalla a spalla con” — e si rivolgono a un bacino di clienti che Anthropic e OpenAI, per decreto, non possono più servire.
La domanda che resta aperta è se questa frammentazione sia un fenomeno temporaneo o l’inizio di una nuova fase. L’AI diventerà sempre più nazionale? Un dato da monitorare nei prossimi mesi sarà il numero di paesi che annunciano modelli sovrani, finanziati con fondi pubblici e addestrati su dati e infrastrutture locali. La traiettoria cinese è già nota da tempo: Pechino ha investito miliardi nello sviluppo di capacità autonome, dalle GPU ai dataset. Quello che è nuovo è la comparsa di attori come il Giappone, o la rapidità con cui aziende non specializzate in AI generalista — come 360 — trovano il modo di posizionarsi nella fascia alta del mercato. Il protezionismo americano, pensato per preservare un vantaggio competitivo, rischia di funzionare da acceleratore per l’emergere di alternative che, una volta consolidate, non avranno bisogno di chiedere permesso a Washington per operare.
Tra sei mesi sapremo se la barriera eretta da Trump avrà protetto il vantaggio americano o semplicemente accelerato la nascita di un’AI a stelle e strisce che parla solo a sé stessa.




