I decreti non bastano: servono fondi e rete per rendere operativi gli impianti entro il 2030.

A fine luglio, il ministero dell’Ambiente ha autorizzato, con i decreti direttoriali 202, 203, 204 e 205, la realizzazione di quattro impianti di accumulo elettrochimici per 527 MW complessivi. Il decreto direttoriale n. 202 riguarda la società RPC Castelnuovo S.R.L., controllata della spagnola Quintas Energy, per un impianto BESS da 80 MW denominato “Castelnuovo” nel Comune di Castelnuovo Scrivia (AL), in Piemonte. Un’accelerazione amministrativa che però va letta accanto ai numeri del fabbisogno.

Non è un episodio isolato. A luglio il Mase ha autorizzato complessivamente 2.083 MW di accumulo, un record mensile; il 29 luglio erano arrivati altri 310 MW. Secondo i dati di Qualenergia, nei primi sette mesi del 2026 sono stati autorizzati oltre 2,7 GW di sistemi di accumulo elettrochimico. Nel solo mese di luglio si sono aggiunti sette progetti di Bess e una iniziativa di pompaggio idroelettrico. Ma i decreti si misurano in MW autorizzati, il fabbisogno in GWh: la conversione non è automatica.

Il divario tra carta e rete

Secondo le stime di Terna, al 2030 servirebbero circa 42 GWh di accumulo efficiente, con 10 GWh già approvvigionati. Il divario non sta nella quantità di decreti firmati, ma nella distanza tra quei 2,7 GW autorizzati e la capacità in grado di offrire servizi alla rete. Un impianto autorizzato non è un impianto finanziato, né allacciato, né operativo: la filiera ha ancora molti passaggi.

La competizione per aggiudicarsi la capacità disponibile è già intensa. Nell’ottobre 2025, la prima asta MACSE si è chiusa con offerte che hanno superato la capacità disponibile di un fattore quattro. In altre parole, per ogni unità messa a gara ce n’erano quattro in cerca di un contratto. Non è necessariamente un segnale rassicurante: può voler dire che molti progetti sono pronti sulla carta, ma che il mercato assegna contratti solo a una parte di essi, scaricando il rischio industriale su chi resta fuori.

Il nodo, quindi, non è solo la burocrazia. È la sostenibilità economica di un’accelerazione che produce autorizzazioni a ritmi record ma non garantisce che quei progetti arrivino al 2030. Se la domanda supera l’offerta di quattro volte, qualcuno resterà fuori: e chi paga il rischio?

Chi costruirà davvero?

A complicare il quadro c’è anche il modello di business. Altea Green Power, per esempio, dichiara di sviluppare progetti di stoccaggio e venderli a investitori; un modello che il CEO Giovanni Di Pascale definisce «non ancora comune in Italia». Se l’autorizzazione è solo il primo anello, il passaggio successivo è trovare capitale disposto a portare i progetti in cantiere. L’accelerazione delle carte non si traduce automaticamente in cantieri aperti.

Quanti dei 2,7 GW autorizzati nei primi sette mesi diventeranno capacità operativa entro il 2030? La risposta non è nei decreti.