La tecnologia islandese guida il più grande impianto mondiale di e-metanolo, in costruzione in Cina
170.000 tonnellate di metanolo «verde» all’anno. Quando l’impianto di Liaoyuan entrerà in funzione – previsto per questo trimestre – sarà il più grande al mondo nel suo genere. Peccato che il cuore tecnologico arrivi dall’Islanda, non da Pechino. E non è la prima volta. Giovedì 17 ottobre 2024, Carbon Recycling International (CRI), azienda islandese che trasforma CO₂ in metanolo, ha firmato un accordo con Tianying Group per fornire la propria tecnologia di sintesi a un mega-progetto di e-metanolo nella provincia cinese del Jilin. L’impianto userà idrogeno verde – prodotto da elettrolizzatori alimentati a rinnovabili – e carbonio catturato di origine biogenica per fabbricare carburante. Le credenziali ambientali sono impeccabili. Ma la firma islandese su un progetto strategico cinese racconta una storia diversa da quella dell’autosufficienza tecnologica che Pechino rivendica nella corsa ai combustili sintetici.
Un gigante islandese nel cuore industriale cinese
L’impianto di Liaoyuan non è nato dal nulla. Alle spalle c’è un decennio di penetrazione silenziosa di CRI sul mercato cinese, cominciata quando la transizione energetica non era ancora un mantra globale. Già nel 2015 il colosso automobilistico Geely – il più grande gruppo privato cinese dell’auto, proprietario tra gli altri di Volvo – investì 45,5 milioni di dollari in Carbon Recycling International, diventandone azionista di riferimento. Un matrimonio strategico: Geely scommetteva sul metanolo come alternativa pulita per il trasporto pesante, e CRI portava la tecnologia per produrlo. Nel frattempo l’azienda islandese affinava la sua esperienza con l’impianto George Olah, completato in Islanda nel 2011 e primo impianto su scala industriale al mondo a produrre metanolo rinnovabile da CO₂ catturata. Una sorta di prova generale su scala ridotta che ha preceduto l’assalto asiatico. Nell’ottobre 2022, CRI ha messo in esercizio l’impianto Shunli ad Anyang, capace di 110.000 tonnellate annue di metanolo a bassa intensità di carbonio: all’epoca il più grande impianto al mondo di CO₂-to-methanol. E adesso, con la prima fase del progetto Tianying a Liaoyuan, che sale a 170.000 tonnellate/anno, l’Islanda supera se stessa, ma lo fa in Cina. Non è solo una questione di scala. È una questione di controllo: se la tecnologia è islandese, chi decide davvero ritmi, costi e sviluppi futuri della filiera cinese dell’e-metanolo?
Chi vince (e chi perde) nella corsa all’e-metanolo
Dietro l’ennesimo annuncio di una maxi-infrastruttura verde si nasconde, in realtà, una partita industriale più sottile. A vincere, per ora, è CRI: con il progetto Tianying l’islandese diventa il fornitore dominante di tecnologia per e-metanolo nel mercato dei combustibili verdi cinese. Tre impianti – George Olah escluso, perché il cuore del business batte ormai in Asia – rendono CRI il primo fornitore estero ad aver colonizzato un segmento che molti immaginavano sarebbe stato appannaggio di campioni nazionali. Geely, dal canto suo, consolida l’investimento del 2015 e si posiziona come attore verticalmente integrato: dall’auto alla produzione del carburante. È un vantaggio competitivo che le consentirà di negoziare il prezzo dell’e-metanolo senza dipendere da terzi, e magari di dettare standard tecnici. I perdenti sono più difficili da identificare, ma proprio questo silenzio è eloquente. Nei comunicati ufficiali di CRI e Tianying, come nella copertura dei media di settore, non compaiono nomi di aziende cinesi in lizza per fornire la tecnologia di sintesi. Nessun produttore domestico di reattori di metanazione, nessuna start-up locale è stata menzionata come alternativa credibile. È un’assenza che conta. Se la Cina – che pure sta investendo miliardi per dominare i mercati del solare, delle batterie e dell’idrogeno – in questo segmento deve rivolgersi a Reykjavík, significa che la catena del valore dell’e-metanolo è ancora fragile, e che le tecnologie domestiche non sono considerate pronte per competere. L’ironia è evidente: il paese che vuole guidare la transizione energetica globale, almeno nei carburanti sintetici resta aggrappato alla tecnologia di una piccola azienda nordica.
L’avvio è vicino, ma le incognite restano
Intanto il countdown è iniziato: la messa in esercizio è prevista per il terzo trimestre del 2026, quindi nelle prossime settimane o al massimo entro settembre. Ma cosa sappiamo davvero dei costi di produzione? Quanto inciderà il prezzo dell’idrogeno verde, che in Cina resta per lo più legato a progetti pilota? E chi sarà disposto a comprare quelle 170.000 tonnellate di metanolo «verde», in un paese dove i veicoli a metanolo sono ancora una nicchia commerciale, nonostante la spinta di Geely? Le stesse domande accompagnano, del resto, ogni grande annuncio sui combustibili sintetici: belli sulla carta, ambiziosi nei rendering, ma con economie che nessuno ha ancora dimostrato su larga scala. L’impianto di Liaoyuan è un passo avanti tangibile, ma la dipendenza dalla tecnologia islandese mostra quanto sia sottile il filo che tiene insieme la transizione cinese: senza l’innovazione di CRI, la capacità produttiva semplicemente non esisterebbe. E se i partner internazionali un giorno alzassero il prezzo della loro innovazione?




