L’incidente della Wind Orca a Tyne rilascia pellet di plastica nel fiume durante le operazioni per il parco eolico Hornsea

Vi è mai capitato di guardare la bolletta e chiedervi se quella voce “energia verde” corrisponda davvero a un futuro più pulito? La spinta a installare sempre più pale eoliche, offshore e onshore, viene raccontata come l’unica via per uscire dai combustibili fossili. Poi leggi di un incidente in un porto e ti rendi conto che la transizione ha un lato nascosto: plastica nei fiumi, gru crollate, operazioni di bonifica che non ti aspettavi.

L’ultimo campanello d’allarme arriva dal porto di Tyne, in Inghilterra. Il 19 luglio 2026, verso le 13 ora locale, la Wind Orca — una nave per l’installazione di turbine eoliche — ha urtato la portacontainer BG Orange ormeggiata in banchina. L’urto ha fatto collassare una gru di banchina, ha ferito una persona e ha squarciato alcuni container che trasportavano pellet di resina plastica, i nurdles. Una parte di quei granuli è finita direttamente nel fiume.

I nurdles sono materia prima per la plastica, grandi quanto una lenticchia, e in acqua diventano un disastro ambientale: galleggiano, si disperdono con le correnti e vengono ingeriti dalla fauna ittica. Il porto ha attivato barriere galleggianti e navi di recupero, in collaborazione con autorità locali e agenzie ambientali. Ma quando le microplastiche entrano in un ecosistema fluviale, la bonifica non è mai totale.

La fretta di costruire parchi eolici giganti

Perché la Wind Orca si trovava lì? Era impegnata nel contratto di trasporto e installazione per Hornsea 3, uno dei mega-parchi offshore del mare del Nord. Proprio il porto di Tyne funge da base di carico per la componentistica secondaria di Hornsea 3. L’incidente, insomma, non è un caso isolato: fa parte della catena logistica di una corsa alla capacità eolica che sta accelerando senza sosta.

Mentre si discute su come smaltire le pale a fine vita e si prova a ripotenziare i vecchi impianti — come dimostra il piano di repowering da 1 GW per Whitelee annunciato da ScottishPower — le nuove installazioni offshore mettono sotto stress porti, navi e territori. Spingere sull’eolico a mare comporta traffico marittimo intenso, movimentazione di materiali pesanti e potenziali incidenti con impatto diretto sulle comunità locali.

E la pressione politica non aiuta. La Svezia, ad esempio, ha appena approvato solo due parchi eolici offshore — Fyrskeppet Offshore e Vidar — bocciandone altri undici per ragioni di difesa nazionale. Eppure già quei due progetti, di cui il solo Fyrskeppet Offshore dovrebbe produrre tra 8 e 11 TWh l’anno, richiederanno cantieri, logistica e, inevitabilmente, più rischi.

Plastica e inchieste: cosa ci insegna l’incidente del Tyne

L’incidente alla gru ha aperto un’inchiesta e ha rivelato una verità scomoda: la transizione energetica si paga anche con plastica dispersa e con costi di bonifica che ricadranno sulla collettività o sugli operatori portuali.

Non c’è nulla di pulito in una gru che si schianta su una nave mentre carichi pale, e in container che rilasciano pellet nel fiume. Il paradosso è che l’energia pulita che arriverà a casa nostra passerà da una logistica tutt’altro che immacolata.

Per il cittadino che paga la bolletta e magari ha scelto un fornitore rinnovabile, il messaggio non è “torniamo alle fossili”. Ma è utile sapere che ogni scelta tecnologica ha un retroterra fisico: porti, gru, navi, plastica. La prossima volta che sentiremo annunciare un nuovo parco eolico da 2 GW, potremo chiederci quali porti dovranno adattarsi, quali fiumi rischiano di ricevere nurdles e se i controlli di sicurezza sono all’altezza della velocità con cui si installano le turbine.

E intanto, mentre le agenzie ambientali monitorano il fiume e proseguono le operazioni di pulizia, il conto economico e ambientale dell’incidente del Tyne è ancora tutto da scrivere.