India: nuovi impianti solari ed eolici dovranno avere batterie, con requisiti a 4 ore dal 2029.
Un impianto solare da 100 MW in India, dopo il 1° luglio 2027, dovrà avere 10 MW di batterie per almeno due ore. Non è un incentivo: è un obbligo tecnico.
La bozza della Central Electricity Authority (CEA) impone a ogni nuovo progetto solare ed eolico di dotarsi di accumulo co-localizzato e inverter grid-forming, secondo la proposta di accumulo obbligatorio. Gli impianti rinnovabili commissionati dopo il 1° luglio 2027 dovranno avere almeno il 15% degli inverter con controllo grid-forming, come previsto dal regolamento tecnico CEA. Inoltre, tutti i sistemi di conversione di potenza (PCS) dei sistemi di accumulo dovranno avere controllo grid-forming per soddisfare le specifiche di connessione, secondo le specifiche per i sistemi di accumulo.
Per gli impianti fotovoltaici a terra e per quelli eolici onshore commissionati dopo quella data, la CEA propone un accumulo co-localizzato di almeno due ore e capacità pari ad almeno il 10% della potenza installata, secondo l’obbligo di accumulo co-localizzato. Un progetto da 100 MW dovrà avere almeno 10 MW di accumulo per due ore, cioè 20 MWh, secondo il requisito di accumulo minimo.
La richiesta diventa più stringente per gli impianti commissionati tra il 1° luglio 2029 e il 30 giugno 2031: la durata minima sale a quattro ore, mentre la capacità resta al 10% della potenza installata, secondo la seconda fase dei requisiti. Un impianto da 100 MW in quella fase dovrà avere 10 MW di accumulo per quattro ore, pari a 40 MWh, secondo il requisito della seconda fase.
Al 30 giugno 2026 l’India aveva 288 GW di capacità rinnovabile, di cui 162 GW di solare e 57 GW di eolico, come riportato dal report JMK sulle rinnovabili indiane. La nuova regola si applica a una base installata già enorme e in crescita.
Perché il solare cinese fa paura alla rete
La capacità solare cumulativa della Cina ha superato per la prima volta quella del carbone, ferma a 1,285 TW, secondo il report sulla capacità solare cinese. Ma potenza installata non significa energia prodotta.
Liu Zhiqiang, citato nel report sulla capacità solare cinese, ha avvertito che l’intermittenza e le minori ore di utilizzo mantengono il carbone come fonte di supporto di sistema nel breve termine.
Nel primo semestre 2026 il tasso di utilizzo medio degli impianti fotovoltaici cinesi è sceso al 91,4%, dal 94% dell’anno precedente, secondo i dati sulla capacità solare cinese. La capacità corre, ma ogni impianto produce meno di quanto ci si aspetterebbe. Il problema non è più installare pannelli: è gestire una risorsa che non è disponibile quando serve.
Quattro ore diventano il metro
Terna utilizza le 4 ore come principale valore di riferimento per i BESS, come documentato nel caso dei BESS in Sicilia. Non è un dettaglio tecnico: è la durata minima per spostare l’energia dal picco di produzione al picco di domanda. L’India parte con due ore nel 2027, ma dal 2029 alza l’asticella a quattro, allineandosi al parametro italiano.
Il dato che farà scattare l’allarme
Se il tasso di utilizzo del fotovoltaico cinese scendesse sotto il 90%, la corsa alla capacità diventerebbe un problema aperto per i prezzi all’ingrosso. Nel frattempo, l’India ha già scelto la strada opposta: ogni nuovo impianto dovrà portarsi dietro la sua batteria. Il numero da tenere d’occhio nei prossimi mesi è proprio il 91,4% di utilizzo medio cinese: un’altra discesa di un punto percentuale basterebbe a spingere altri regolatori a seguire l’India.




