Repsol subentra con due progetti da 62 MW finanziati dal meccanismo europeo Auction-as-a-Service
Due giorni fa, il 21 luglio, la Spagna ha assegnato due nuovi progetti di idrogeno verde nell’ambito del meccanismo Auction-as-a-Service, riempiendo il vuoto con un protagonista diverso: Repsol. Non un dietrofront, insomma, ma un cambio di staffetta.
Il passo indietro che ha fatto tremare il piano idrogeno
Per capire cosa è successo, dobbiamo tornare a quel momento. Lo scorso 15 luglio, Iberdrola ha ritirato le sue domande di sovvenzione per i progetti da 80 MW e 140 MW che avrebbero dovuto accedere ai fondi della Banca europea dell’idrogeno. La notizia ha subito acceso un campanello d’allarme: se uno dei big dell’energia molla il colpo, quanto è solido davvero il piano spagnolo per l’idrogeno rinnovabile? La sensazione è quella di una crepa in un percorso che Madrid aveva disegnato con ambizione, mettendo sul piatto 440 milioni di euro — già approvati dalla Commissione europea lo scorso febbraio — per sostenere fino a 382 MW di capacità di elettrolisi.
Ma la storia non finisce qui. A distanza di pochi giorni, la Spagna ha già trovato nuovi protagonisti.
I numeri che riempiono il vuoto lasciato da Iberdrola
Ed ecco i fatti. Repsol è ora in linea per ricevere finanziamenti su due progetti: uno da 50 MW a A Coruña e uno da 12,27 MW a Puertollano. Due impianti che non partono da zero: sono pensati per agganciarsi alle raffinerie esistenti e sostituire l’idrogeno prodotto da combustibili fossili con idrogeno verde fatto con elettrolizzatori alimentati da energia rinnovabile.
Sul fronte economico i conti sono chiari. Il progetto più grande, chiamato Atlas, riceverà 133,4 milioni di euro con sussidi di 2,20 euro al chilogrammo di idrogeno prodotto. Quello di Puertollano potrà contare su. In totale parliamo di oltre 183 milioni di euro che, grazie al meccanismo europeo Auctions-as-a-Service, arrivano da un mix di fondi nazionali spagnoli e dal bilancio comunitario. La Spagna, insieme alla Germania, è uno dei due soli Stati membri che hanno scelto di usare questo canale, aggiungendo insieme 1,7 miliardi di euro alla terza asta della Banca europea dell’idrogeno.
Ora la domanda è: cosa cambia per chi quell’idrogeno lo userà davvero?
Dalla raffineria al quartiere: l’impatto che arriva fino a noi
Non è solo una questione di megawatt. Il cuore della differenza lo fa l’uso che Repsol intende fare di questo idrogeno: sostituire l’idrogeno grigio derivato da combustibili fossili nelle sue operazioni di raffinazione. Significa che le raffinerie di A Coruña e Puertollano bruceranno meno gas naturale per produrre l’idrogeno che serve nei processi industriali, tagliando le emissioni di CO₂ direttamente alla fonte.
Per chi vive vicino a questi impianti, la differenza la sentirete nell’aria, anche se in modo graduale. Meno anidride carbonica emessa, meno impiego di metano per il reforming, meno inquinanti legati alla combustione. Non è una bacchetta magica — le raffinerie continueranno a funzionare — ma è uno di quei cambiamenti che spostano il peso ambientale di un’industria pesante senza doverla chiudere. In più, la scelta di passare attraverso il quadro coordinato dall’Unione europea invece che con un puro schema nazionale dà a questi progetti una solidità che va oltre i singoli governi: la partecipazione della Spagna consente a progetti come quello di Repsol di ricevere finanziamenti attraverso un meccanismo sovranazionale, meno esposto ai cambi di direzione politica di un singolo Paese.
Il percorso non è lineare — il passo indietro di Iberdrola lo ha dimostrato — ma i numeri dicono che la produzione di idrogeno verde in Spagna ha trovato nuovi binari. Per chi vive vicino agli impianti di A Coruña e Puertollano, significa meno ciminiere accese e meno CO₂ nell’aria. Per tutti, una conferma: la transizione energetica trova sempre una strada, anche quando qualcuno abbandona il banco.



