La collaborazione Schneider-Kraken usa l’intelligenza artificiale per ottimizzare i consumi senza nuovi cavi

Ricevere un preventivo di cinque anni per l’allaccio alla rete è ormai la normalità per chi costruisce un data center. Con la domanda di elettricità che ha raggiunto circa 415 TWh nel 2024 — più o meno il consumo annuo dell’intero Regno Unito — e che potrebbe raddoppiare entro il 2030, le code per le connessioni si sono allungate fino a diventare un fattore bloccante per l’intero settore. Eppure qualcosa si sta muovendo: Schneider Electric ha annunciato una collaborazione con Kraken Technologies, azienda di intelligenza artificiale nata in casa Octopus Energy, per dimostrare che la coda si può saltare, senza posare un solo cavo in più.

Il collo di bottiglia che tutti temono (ma non è scritto nella pietra)

I numeri fanno impressione e li conosciamo: circa 415 TWh di domanda dai data center nel 2024, con una traiettoria che punta al raddoppio entro sei anni. Ma se i volumi spaventano, è la rigidità del sistema a preoccupare di più. Frédéric Godemel, vicepresidente esecutivo della divisione energy management di Schneider Electric, lo ha messo in chiaro: le utility e i gestori di rete sono sotto pressione per mantenere l’affidabilità e rispondere a una domanda in trasformazione, il tutto lavorando con infrastrutture che invecchiano. Tradotto in pratica: reti pensate decenni fa, quando i data center non esistevano nemmeno, oggi si trovano a dover accogliere carichi enormi e concentrati, e l’unica risposta che il sistema sa dare è «aspetti cinque anni».

Il paradosso è che la capacità fisica della rete non è esaurita: lo è solo in certe ore, mentre in altre resta abbondantemente sottoutilizzata. Il problema non è la quantità di elettroni, ma la loro distribuzione nel tempo. Schneider Electric stima che il valore globale della flessibilità della domanda nei settori industriale e commerciale potrebbe raggiungere fino a un trilione di dollari all’anno. Un trilione: non è una cifra che si raggiunge con qualche aggiustamento marginale, è il segnale che la domanda può smettere di essere un problema e diventare una leva. A patto di smettere di considerarla un dato di fatto e iniziare a gestirla.

Quando il software fa meglio del cemento

Se l’infrastruttura è vecchia e lenta, c’è un’altra strada: rendere intelligente la domanda. È qui che entra in gioco Kraken, fondata nel 2015 da Octopus Energy come sistema operativo interno basato sull’intelligenza artificiale per le utility. Lo scorso anno Kraken è diventata un’azienda indipendente e a dicembre 2025 Octopus Energy ha raccolto un miliardo di dollari nel primo round di finanziamento autonomo, valutando la società 8,65 miliardi di dollari. Non poco per un’azienda che vende software, e che ora si allea con uno dei colossi mondiali della gestione energetica per affrontare il nodo dei data center.

L’annuncio della collaborazione tra Schneider Electric e Kraken punta a un obiettivo preciso: sbloccare capacità di rete senza costosi aggiornamenti infrastrutturali, riducendo i tempi di attesa per le connessioni dei grandi carichi come i data center e rimandando investimenti miliardari in cavi e sottostazioni. In sostanza, invece di scavare, si ottimizza. Il sistema usa l’intelligenza artificiale per spostare i consumi flessibili nei momenti in cui la rete ha spazio, liberando capacità proprio quando serve. Lo ha spiegato senza giri di parole Amir Orad, CEO di Kraken: «l’IA non è solo un motore di domanda; cambia radicalmente la capacità che possiamo ottenere dalla rete che abbiamo già».

È un cambio di prospettiva notevole. Finora il dibattito sull’IA e l’energia si è concentrato quasi esclusivamente sui consumi: quanto assorbono i server, quanto pesano i sistemi di raffreddamento, quanto crescerà la domanda. Ma la stessa tecnologia che fa lievitare i consumi può anche essere quella che li gestisce, distribuendoli in modo da non mandare in tilt le reti. Non si tratta di consumare meno, ma di consumare meglio — e soprattutto di consumare quando la rete può permetterselo. È il principio della flessibilità della domanda, e la novità è che oggi esiste la tecnologia per applicarlo su scala industriale senza che i data center debbano rinunciare a nulla in termini di operatività.

Resta da vedere se i gestori di rete e le utility avranno il coraggio di cogliere questa leva, o se resteranno aggrappati alla vecchia logica dei lavori di scavo. Perché la flessibilità della domanda richiede un cambiamento culturale prima ancora che tecnico: significa passare da un modello in cui l’offerta si adegua alla domanda (costruendo nuove linee) a uno in cui è anche la domanda ad adattarsi all’offerta disponibile. Chi gestisce le reti è abituato al primo modello da un secolo; il secondo richiede software, dati, algoritmi — e la disponibilità a fidarsene.

Chi si muove oggi, si allaccia domani

Non è teoria: i primi programmi sono già in campo. A luglio dello scorso anno Constellation e GridBeyond hanno lanciato un programma di demand response basato su IA nel mercato PJM, uno dei più grandi mercati elettrici all’ingrosso degli Stati Uniti. L’iniziativa dimostra che il meccanismo funziona già su scala commerciale, con operatori pronti a remunerare la flessibilità e data center disposti a offrirla. La conferma arriva anche da un’altra fonte: i data center sono pronti a negoziare flessibilità in cambio di velocità di connessione. L’equazione è semplice: accettare di modulare i consumi in determinate finestre orarie, in cambio di un allaccio che arriva in mesi invece che in anni.

Per un operatore di data center, cinque anni di attesa significano perdere clienti, rinviare investimenti, restare fermi mentre la concorrenza corre. Accettare un certo grado di flessibilità — che per molti carichi di calcolo è già tecnicamente possibile, perché non tutto deve girare in tempo reale 24 ore su 24 — può fare la differenza tra entrare in produzione o restare nel limbo delle pratiche autorizzative. Non serve essere visionari per capire quale opzione conviene.

La flessibilità della domanda non è un sacrificio, ma un biglietto per saltare la fila. Chi la capisce oggi non solo alleggerisce la rete, ma si garantisce un vantaggio competitivo che tra pochi anni sarà la norma. Perché quando i tempi di connessione determinano chi vince e chi perde nel mercato dei data center, aspettare non è più un’opzione.