Il gestore della rete italiana Terna ha stanziato oltre 23 miliardi per potenziare l’infrastruttura elettrica nazionale
L’incubo del blackout e la lezione iberica
Quanto accaduto nella penisola iberica non è stato un incidente isolato né imprevedibile. La mancanza di investimenti nella rete ha compromesso l’equilibrio tra domanda e offerta di elettricità, trasformando un problema tecnico in un’emergenza sociale. In un sistema elettrico sempre più dipendente dalle rinnovabili — intermittenti per natura — la fragilità dell’infrastruttura di trasmissione diventa il punto debole dell’intero castello.
Anche in Italia la situazione non è priva di criticità. La congestione persistente tra nord e sud e nelle isole crea limitazioni alle esportazioni di energia rinnovabile e fa aumentare i costi di sistema. In pratica, l’energia prodotta dove serve meno fatica ad arrivare dove serve di più, e questo si traduce in sprechi e inefficienze che paghiamo tutti. L’Italia sta aumentando la quota di rinnovabili nel proprio mix di generazione, ma senza una rete capace di assorbirle e distribuirle, il rischio è di correre con il freno a mano tirato. La domanda che molti si pongono è legittima: siamo abbastanza protetti da un blackout su larga scala?
La risposta di Terna: un fiume di miliardi per cucire l’Italia
Di fronte a queste criticità, Terna ha risposto con un programma di investimenti senza precedenti. L’azienda gestisce circa il 98% della rete elettrica italiana ad alta tensione ed è il più grande operatore indipendente di reti elettriche in Europa, il sesto al mondo per dimensione della rete. Nata nel 1999 all’interno del Gruppo Enel, oggi è una società regolata i cui ricavi dipendono in gran parte da regole sul rendimento del capitale investito: un meccanismo che garantisce flussi di cassa relativamente stabili e permette di pianificare sul lungo periodo. È anche responsabile della pianificazione del potenziamento e dell’espansione della rete, un compito che è diventato centrale con l’accelerazione della transizione energetica.
Lo scorso marzo 2025 Terna ha presentato il piano di sviluppo 2025-2034, un impegno da oltre 23 miliardi di euro per trasformare l’infrastruttura elettrica italiana. All’interno di questo percorso, l’azienda ha già previsto un investimento di 10,8 miliardi per lo sviluppo della rete elettrica nazionale nel periodo 2024-2028. Non si tratta solo di sostituire cavi e tralicci: il programma segna un cambiamento strutturale verso un’espansione della rete ad alta intensità sostenuta, pensata per facilitare la connessione di progetti rinnovabili e supportare gli obiettivi nazionali ed europei di minori emissioni e maggiore indipendenza energetica.
È un passaggio che accomuna tutti i grandi operatori europei. In tutta Europa, i gestori delle reti di trasmissione stanno realizzando importanti aggiornamenti finanziati attraverso i mercati del debito sostenibile. La logica è chiara: trasformare le reti nella base della resilienza energetica, della sicurezza e dell’accessibilità economica. L’Italia, con il suo piano da decine di miliardi, si inserisce in questa traiettoria continentale.
Bollette: l’impatto reale sulle nostre tasche
La buona notizia per i consumatori è che, nonostante la portata colossale degli investimenti, il peso in bolletta resterà contenuto. Le tariffe di trasmissione di Terna sono stimate rimanere vicine al 4% dei costi complessivi dei clienti fino al 2028. In altre parole, meno di un ventesimo di quanto paghiamo in bolletta serve a finanziare la spina dorsale del sistema elettrico nazionale, quella stessa infrastruttura che ci protegge dal tipo di blackout che ha paralizzato la penisola iberica.
Consideriamola in prospettiva: ogni euro investito nella rete oggi è un euro speso per evitare che domani un’interruzione prolungata metta in ginocchio famiglie, imprese e servizi essenziali. La congestione che oggi limita le esportazioni di rinnovabili e fa lievitare i costi di sistema verrà progressivamente ridotta da questi interventi. E i mercati del debito sostenibile offrono condizioni di finanziamento favorevoli proprio perché gli investitori riconoscono in questi progetti un profilo di rischio contenuto e una chiara utilità pubblica. Non è una scommessa: è un’infrastruttura regolata con rendimenti prevedibili e un impatto misurabile sulla stabilità della rete.
La transizione energetica ha un costo, ma per una volta il conto sembra equo: investimenti massicci, bollette sotto controllo, e la sicurezza di non restare al buio la prossima sera d’estate.




