La proposta punta sugli Smr, ma la tecnologia non ha ancora dimostrato competitività economica e industriale

Il governo italiano ci riprova. Nei giorni scorsi è stato presentato un disegno di legge delega sul nucleare con cui si intende riaprire la strada alla produzione atomica. L’iniziativa arriva mentre nel mondo il peso del nucleare continua a calare: nel 1996 produceva il 17% dell’elettricità, oggi è sceso a circa il 9,5%. E arriva in un paese che, con due referendum, aveva già detto due volte no. Il Kyoto Club ha spiegato subito perché questa mossa rischia di diventare un errore costoso: distoglie attenzione e risorse dalle vere priorità della transizione energetica, ossia accelerare la diffusione di solare fotovoltaico ed eolico, insieme agli accumuli, alle reti e all’efficienza energetica.

Non è una condanna ideologica. È la lettura asciutta di una decisione che appare fuori tempo massimo, mentre le grandi economie mondiali investono massicciamente su rinnovabili e batterie e i progetti nucleari si trascinano tra ritardi e costi fuori controllo. L’Italia, per di più, non è nuova a questo copione: l’ha già recitato — e due volte gli elettori l’hanno bocciato.

Scommessa in controtendenza

Il disegno di legge punta molto sugli Small modular reactors (SMR), presentati come la via innovativa per un nucleare «più sicuro e flessibile». Peccato che, stando all’analisi del Kyoto Club, «si tratta di tecnologie che non hanno ancora dimostrato la propria competitività economica e industriale». Non esistono flotte di SMR in esercizio commerciale, non ci sono costi standardizzati e nessun paese li ha integrati in una strategia energetica a larga scala. Sono, al momento, più una promessa che un prodotto.

Nel frattempo i numeri globali raccontano una direzione opposta: la quota del nucleare nella produzione mondiale di elettricità è quasi dimezzata in trent’anni. Nel 1996 copriva il 17% del mix, oggi è ferma intorno al 9,5%. Non è un caso che il trend sia in caduta: negli ultimi anni i grandi progetti nucleari realizzati in Europa e negli Stati Uniti hanno accumulato «forti ritardi e costi finali molto superiori alle stime iniziali». Il paradosso è tutto qui: mentre il resto del mondo ridimensiona l’atomo, l’Italia lo riscopre. Perché? La risposta del governo finora ruota intorno all’indipendenza energetica e alla stabilità della produzione, ma senza spiegare dove si prenderanno le risorse e con quali tempi si pensa di vedere un reattore collegato alla rete.

Amnesie italiane

La scommessa nucleare, per l’Italia, sa di déjà vu. Tutte le centrali nucleari furono chiuse entro il 1990, dopo il referendum del 1987. Non una riconversione graduale: una dismissione netta, che fece dell’Italia uno dei soli quattro paesi al mondo, insieme a Lituania, Kazakhstan e Germania, ad aver completamente abbandonato il nucleare per la produzione di elettricità dopo aver avuto reattori operativi.

Non bastò. Nel 2008 il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola propose di costruire fino a dieci nuovi reattori, con l’obiettivo di portare il contributo atomico al 25% della produzione elettrica entro il 2030. Tre anni dopo, l’11 e 12 giugno 2011, gli italiani tornarono alle urne: oltre il 94% dei votanti approvò il bando alla costruzione di nuovi reattori. Partecipò il 55% degli aventi diritto, rendendo il voto vincolante. Due referendum, due bocciature. Oggi il governo riapre il dossier senza che sia cambiato un dato fondamentale: i costi del nucleare restano altissimi e i tempi di realizzazione sono incompatibili con l’urgenza della decarbonizzazione al 2030. Cosa è cambiato, allora? L’unica novità è l’etichetta «SMR», che però non ha ancora convinto né i mercati né l’industria.

Il conto della distrazione

Mentre il dibattito si accende sui reattori, il grosso dei consumi energetici italiani resta intrappolato in un settore che nessuno sembra voler affrontare con la stessa foga: gli edifici rappresentano circa il 43% dei consumi finali di energia. Un patrimonio edilizio vecchio, inefficiente, che chiederebbe una stagione di riqualificazioni profonde — non solo l’onda dei bonus, ma una politica strutturale di lungo periodo. Il ddl nucleare, invece, sposta il faro altrove.

La vera sfida, ha spiegato Letizia Magaldi, presidente di Kyoto Club, «è un’altra: essere in grado di accumulare l’energia rinnovabile e renderla disponibile quando serve». L’Italia si è data un obiettivo ambizioso di capacità di accumulo entro il 2030. Raggiungerlo significherebbe ridurre i costi e la dipendenza strutturale da un gas i cui prezzi restano volatili, avviando una filiera strategica per la competitività nazionale. Ma un obiettivo, da solo, non costruisce né batterie né elettrolizzatori. Servono risorse, iter autorizzativi rapidi, una catena di fornitura che oggi è tutta da inventare. E ogni energia politica e finanziaria dirottata sul nucleare è un’energia sottratta a questo percorso, che ha tempi molto più brevi e ritorni certi.

Il confronto è spietato ma onesto: da una parte una tecnologia non ancora matura, con orizzonti di realizzazione che sforano il 2035-2040, costi ignoti e un’opposizione popolare che in Italia ha già parlato due volte; dall’altra soluzioni già pronte — fotovoltaico, eolico, accumuli — che hanno bisogno solo di essere messe a terra. La domanda non è se il nucleare tornerà, ma se il governo è disposto a sacrificare la transizione reale per un annuncio che sa di rilancio propagandistico.

Se la politica continuerà a ignorare i dati, il prezzo di questa distrazione lo pagheranno famiglie e imprese, con bollette più alte e infrastrutture che resteranno sulla carta. Un’altra occasione persa nella transizione energetica italiana, l’ennesima.