La joint venture tra De Nora e Snam punta a produrre elettrolizzatori per ridurre la dipendenza tecnologica dall’estero
In un’area di 25.000 metri quadrati alle porte di Milano l’idrogeno verde ha smesso di essere un titolo su un bando. Dentro il perimetro della nuova Gigafactory di De Nora a Cernusco sul Naviglio ci sono già macchinari, operai, la sagoma di un edificio che cresce settimana dopo settimana. La cerimonia della prima pietra risale all’11 giugno 2024, e da allora il cronoprogramma è stato rispettato: tra la fine del 2025 e l’inizio di quest’anno ci si aspettava di vederla completata, e oggi, con agosto 2026 alle porte, la struttura è sostanzialmente pronta per entrare in funzione. Non è più un rendering: è un capannone vero, con un indirizzo e un numero preciso — circa 200 nuovi posti di lavoro diretti.
A volerla sono stati due pezzi grossi dell’industria italiana. Da una parte Industrie De Nora, società con quasi un secolo di storia nell’elettrochimica; dall’altra Snam, il gigante del gas che da anni spinge sulla diversificazione verso l’idrogeno. Insieme hanno costituito, già il 27 maggio 2022, la società De Nora Italy Hydrogen Technologies (DNHIT), la mano operativa che oggi guida il cantiere. L’obiettivo è ambizioso ma ha contorni molto concreti: costruire il più grande polo italiano per sistemi, apparecchiature e componenti destinati alla generazione di idrogeno verde.
Dalla terra smossa agli elettrolizzatori
Chi passa in questi giorni lungo la strada che costeggia il sito vede un viavai di mezzi e di persone. I lavori, che erano in pieno fermento già tra dicembre 2024 e gennaio 2025, hanno portato rapidamente la struttura a prendere forma. La sensazione, confermata dalle immagini pubblicate da De Nora stessa, è che l’edificio sia ormai in fase di rifinitura.
Non è una fabbrica qualsiasi. L’impianto è stato pensato per raggiungere una capacità produttiva equivalente a 2 gigawatt entro il 2030. In termini pratici: macchine che producono macchine per produrre idrogeno. Elettrolizzatori, per la precisione, quei dispositivi che separano l’acqua in idrogeno e ossigeno usando energia elettrica rinnovabile. Più elettrolizzatori sono disponibili a costi competitivi, più l’idrogeno verde diventa una scelta percorribile per le industrie che oggi dipendono dal gas naturale. Ecco perché quei 25.000 metri quadrati interessano anche chi non metterà mai piede a Cernusco sul Naviglio.
Cosa significa per il mercato (e per il portafoglio)
Se il cantiere è quasi finito, ora si gioca la partita dei numeri. La Gigafactory De Nora creerà circa 200 posti di lavoro diretti e attiverà, secondo le stime diffuse all’avvio del cantiere, qualcosa come 2.000 opportunità di lavoro indotto. In un territorio come la cintura est di Milano, numeri di questa portata non passano inosservati: significa indotto per la logistica, per la componentistica, per i servizi alle imprese.
Ma c’è un dato competitivo che aiuta a mettere la Gigafactory nella giusta prospettiva. Guardando fuori dall’Italia, il panorama è dominato da player che già muovono volumi importanti. Thyssenkrupp Nucera, la controllata del colosso tedesco dell’acciaio quotata in Borsa, ha in portafoglio commesse per circa 1,4 miliardi di euro e una capacità di elettrolisi contrattualizzata superiore a 3 gigawatt. Sono cifre che danno la scala della competizione globale. Ma avere un impianto da 2 GW in Italia significa ridurre la dipendenza dall’import di tecnologia, accorciare le catene di fornitura e, potenzialmente, abbassare i costi per chi in Italia vuole usare idrogeno verde. Un vantaggio competitivo che si traduce, alla lunga, in bollette industriali meno pesanti.
Il progetto, va ricordato, è finanziato anche grazie a un’operazione firmata da De Nora, eseguita tramite la joint venture con Snam. Questo vuol dire che alle spalle c’è una solidità finanziaria che va oltre il semplice capitale di rischio e coinvolge strumenti di debito: un segnale di come il sistema bancario e gli investitori inizino a vedere l’idrogeno verde non più come una scommessa ad alto rischio, ma come un settore industriale su cui puntare.
Il futuro in bolletta
Ecco perché quei 25.000 m² interessano anche chi l’idrogeno non lo produce e non lo userà mai direttamente. La disponibilità di elettrolizzatori fabbricati in Italia può accelerare la diffusione dell’idrogeno verde in settori come l’acciaio, la ceramica, il vetro — comparti energivori che oggi pagano caro il gas naturale e che faticano a trovare alternative. Se l’offerta di elettrolizzatori cresce e i prezzi scendono, l’idrogeno rinnovabile diventa gradualmente più accessibile, e la concorrenza tra produttori (basti pensare al confronto con Thyssenkrupp Nucera) farà il resto. L’effetto finale non sarà immediato, né miracoloso, ma è esattamente il tipo di passaggio concreto che, nel giro di pochi anni, può spostare la convenienza economica delle scelte energetiche industriali. E quando cambiano le scelte delle imprese, cambia anche la domanda di energia a livello di sistema, con ripercussioni sul mix energetico nazionale e, prima o poi, sul prezzo della corrente che arriva nelle case.
L’idrogeno verde smette di essere un’etichetta su un progetto europeo. Per chi produce, per chi assume, per chi paga la corrente, la Gigafactory è un segnale: la transizione concreta è iniziata, e conviene tenerla d’occhio.




