Portafoglio ordini a 176 miliardi trainato da turbine e reti, ma il crollo eolico pesa sulla transizione.

Il paradosso dei due mondi

A fine luglio GE Vernova ha presentato i conti del secondo trimestre 2026 e la cifra che spicca è di quelle che fanno rumore: portafoglio ordini a 176 miliardi di dollari, ricavi in crescita, margini in espansione, generazione di cassa robusta. L’azienda parla di “slancio che si rafforza”. Eppure, dentro lo stesso comunicato c’è un numero che viaggia nella direzione opposta: il segmento Wind ha registrato perdite EBITDA per 275 milioni di dollari nel trimestre chiuso a giugno, in netto peggioramento rispetto ai 165 milioni persi nello stesso periodo del 2025.

Non è una voce isolata né un incidente di percorso. È la conferma che GE Vernova, nata dallo spin-off delle attività energetiche di General Electric, vive su due pianeti che girano a velocità opposte. Da un lato le turbine a gas e le apparecchiature per la rete elettrica macinano ordini sulla scia della domanda generata dall’intelligenza artificiale e dall’elettrificazione. Dall’altro la divisione eolica, che dovrebbe rappresentare il cuore della transizione energetica, continua a perdere terreno. Il contrasto è talmente netto da costringere a una domanda: quanto a lungo un gruppo può permettersi di trainare un segmento che invece di contribuire alla crescita la frena?

Dietro l’ultimo rosso c’è una storia che parte da lontano. Già nel settembre 2024 GE Vernova aveva ristrutturato la sua attività eolica offshore e tagliato fino a 900 posti di lavoro dopo i guasti alle pale registrati nei parchi di Vineyard Wind e Dogger Bank e una perdita trimestrale stimata allora in 300 milioni di dollari. Quei guasti non sono stati assorbiti: hanno lasciato strascichi tecnici e contrattuali che si sono trasformati in costi aggiuntivi sui progetti offshore ancora in corso. Nel frattempo la domanda di turbine onshore, il mercato che dovrebbe garantire volumi e margini più stabili, si è indebolita. Il risultato è un combinato disposto che ha prodotto l’ennesimo deterioramento.

La scia dell’AI e il freno eolico

Dietro al paradosso dei conti di GE Vernova c’è una storia di due mercati che si muovono spinti da forze opposte. La prima è l’effetto domino dei data center per l’intelligenza artificiale, che sta ridisegnando la domanda globale di elettricità spingendo le utility ad accelerare gli investimenti in capacità di generazione e trasmissione. GE Vernova ha beneficiato in modo diretto di questa ondata: turbine a gas ed equipaggiamenti per reti elettriche hanno visto gli ordini salire con una forza che pochi analisti avevano previsto solo due anni fa. Il portafoglio ordini complessivo da 176 miliardi racconta proprio questo: la certezza di un flusso di ricavi pluriennale ancorato a progetti infrastrutturali ad alta priorità.

Sul fronte eolico la corrente va in direzione contraria. Nel secondo trimestre gli ordini del segmento Wind sono calati di circa il 40% rispetto all’anno precedente. Non è una flessione fisiologica: è un arretramento che mette in discussione la capacità di GE Vernova di tenere il passo in un mercato dove la concorrenza, soprattutto quella cinese, preme sui prezzi e dove i progetti offshore scontano costi di esecuzione molto superiori alle stime iniziali. La società attribuisce il deterioramento a due fattori principali: la debole domanda onshore e, appunto, i maggiori costi dei progetti offshore. Ma il punto critico è che questi due fattori si alimentano a vicenda: più i costi offshore esplodono, meno margini restano per sostenere la pipeline onshore; meno turbine onshore si vendono, più difficile diventa spalmare i costi fissi e recuperare efficienza.

A questo si aggiunge il peso dei dazi. La revisione delle stime sull’impatto tariffario per il 2026 — rivisto al ribasso a 100-200 milioni di dollari rispetto ai 250-350 milioni previsti ad aprile — segnala che l’azienda sta cercando di contenere i danni. Ma una previsione più bassa non significa che il problema sia risolto: significa che GE Vernova si aspetta un impatto inferiore, forse perché ha rinegoziato contratti o spostato forniture, non che i dazi siano scomparsi. E in ogni caso, cento o duecento milioni di dollari restano una cifra che pesa su un segmento già in perdita.

Cosa tenere d’occhio nei prossimi mesi

La domanda a cui rispondere è se la cura funzionerà. GE Vernova ha impostato una strategia di contenimento che passa dalla riduzione dell’esposizione tariffaria e dalla gestione più severa dei progetti offshore. Il fatto che la stima dell’impatto tariffario sia stata abbassata è un segnale — timido, ma reale — che qualcosa si sta muovendo. Tuttavia il crollo del 40% degli ordini eolici nel secondo trimestre è un dato che pesa più di qualsiasi revisione al ribasso di una stima. Perché il portafoglio ordini è la benzina del futuro: se cala di quella percentuale in un solo trimestre, la ripresa diventa una scommessa.

Tenete d’occhio il prossimo trimestre: se gli ordini eolici calano ancora, la promessa della transizione energetica di GE Vernova rischia di diventare un costo insostenibile.