I tempi di attesa per l’allaccio possono arrivare a un decennio, mentre la burocrazia rallenta l’energia pulita in tutto il
Hai presente quando apri la bolletta e vedi che l’elettricità è tornata a mordere? Non è un’impressione. Il 3 agosto 2026 il prezzo giornaliero dell’elettricità in Italia ha toccato quota 197,71 €/MWh, il livello più alto dal gennaio 2023, come documentato da i prezzi spot dell’elettricità in Italia. E per tutta l’ultima settimana di luglio 2026 i valori si sono mantenuti sopra i 165 €/MWh, una soglia che rende piuttosto amaro il caffè del mattino. A quel punto il pensiero corre ai pannelli sul tetto: con questi prezzi, l’investimento dovrebbe ripagarsi in un lampo. Sai quanto ti rispondono in certi uffici tecnici dei gestori di rete? Dieci anni.
Non il tempo di rientro dell’impianto: il tempo stimato per allacciarlo.
Dieci anni sono un’enormità che non ha nulla a che vedere con la tecnologia dei moduli o con il loro costo. Il collo di bottiglia sta a monte, dentro gli armadi elettrici e le pratiche autorizzative. In alcune aree del mondo i tempi di attesa per le connessioni alla rete possono arrivare proprio a dieci anni, come emerge da analisi recenti su le code di connessione per parchi solari e batterie. L’energia pulita c’è, l’investitore pure: manca il permesso a immettere un singolo chilowattora.
La lezione che arriva da capo al mondo
Guarda la Nuova Zelanda, un Paese che non associamo istintivamente alla burocrazia asfissiante. Eppure la revisione normativa del governo neozelandese ha scoperto che installare un impianto fotovoltaico è diventato un esercizio di pazienza: il processo può coinvolgere fino a otto livelli di approvazione e cinque sopralluoghi distinti da parte di quattro entità diverse. Il tutto con requisiti incoerenti e scadenze imprevedibili che, scrive il rapporto, aggiungono mesi a un intervento che dovrebbe essere una semplice attività edilizia. Non bastasse, i distributori di elettricità impiegano tempi biblici per approvare le richieste di connessione: si va dai pochi minuti delle reti più efficienti fino a quattro mesi per quelle più lente.
E il contatore? Altro capitolo doloroso. In Nuova Zelanda i consumatori sono vincolati al fornitore di misura e affrontano ritardi fino a tre mesi solo per l’upgrade del misuratore, indispensabile per cominciare a esportare energia. Un meccanismo che il governo di Wellington definisce privo di trasparenza e concorrenza, proprio mentre in Australia, nello stato di Victoria, un impianto standard ottiene il via libera con un solo livello di firma e può essere approvato entro 24 ore, come ha ricordato il ministro David Seymour citando il modello delle approvazioni rapide del Victoria.
Davvero qualcuno sta correndo ai ripari
In Australia il problema è talmente sentito che il ministro dell’Energia Chris Bowen ha chiesto alla Commissione del mercato energetico di obbligare i gestori di rete ad approvare le domande di connessione per impianti commerciali e industriali in modo più rapido ed efficiente. L’obiettivo, secondo l’espansione australiana del regime per le rinnovabili su piccola scala, è tagliare i tempi morti che scoraggiano le imprese. Nel frattempo, la stessa revisione neozelandese raccomanda standard vincolanti: sistemi sotto i 10 kW approvati entro il giorno lavorativo successivo, e impianti tra 10 e 100 kW entro cinque giorni lavorativi, contro le attuali attese di trenta-ottanta giorni. Numeri che misurano un ritardo ormai insostenibile.
In Italia il dibattito è quasi sempre monopolizzato dal prezzo dei pannelli, dai dazi, dal costo delle materie prime. Ma a guardare le bollette e i tempi di risposta dei distributori, la lezione australiana e neozelandese parla chiaro: convincere qualcuno a investire nel fotovoltaico non serve a nulla se poi quell’investimento resta in coda davanti a un armadio elettrico saturo o a un ufficio tecnico senza personale. I moduli costano meno di ieri, è vero, ma il tempo perso vale molto più della differenza di prezzo.
Prima di firmare il contratto, chiedi questo
Quando valuti un impianto fotovoltaico oggi, la domanda da fare non è soltanto «quanto costa al kilowatt?». La domanda vera è: «Entro quanti giorni il distributore locale dà l’ok all’allaccio e monta il contatore bidirezionale?». Fatti mettere nero su bianco una tempistica realistica, non una promessa verbale. Se nel preventivo vedi voci come «pratica di connessione» o «attivazione scambio sul posto» senza una data certa, considera già quello un costo nascosto, perché ogni mese di ritardo sono soldi che bruci in bolletta mentre il tetto resta lì, inutilizzato. L’urgenza non è trovare pannelli più economici: è pretendere, anche qui da noi, tempi certi per legge e, nel frattempo, scegliere solo installatori disposti a mettere per iscritto quando il tuo impianto inizierà davvero a funzionare.




