Il termico assorbe il 65% dei consumi domestici e resta il grande assente nella transizione energetica delle case italiane

Hai presente quando apri la bolletta e la prima reazione è pensare che il fotovoltaico da solo non basti mai? Maggio arriva, l’impianto sul tetto produce a pieno ritmo, l’app dello storage segna carica al 90% già a mezzogiorno, eppure la sera accendi il condizionatore o il riscaldamento a pavimento e il contatore riprende a girare. La sensazione, insomma, è che manchi un pezzo.

Ed è esattamente qui che il ragionamento va ribaltato: il problema non è quanta energia produci, ma quando e cosa ci fai con quell’energia.

In Italia il solare corre, ma i consumi termici sono ancora fermi al gas

Per dare una misura di quanto la macchina italiana delle rinnovabili stia spingendo bastano i numeri del primo semestre 2026. Con 26,3 TWh generati, il superamento del 25% della domanda elettrica nazionale da parte di fotovoltaico ed eolico non è più una previsione, ma un dato di fatto. A fine giugno, inoltre, risultano connessi 3.093 MW aggiuntivi di nuova potenza, portando la capacità solare installata in Italia a 46.606 MW distribuiti su oltre 2,2 milioni di impianti, secondo il record del solare italiano nel 2026.

E lo stoccaggio? Sta entrando in modo massiccio. A fine giugno 2026 l’Italia contava 943.798 impianti di accumulo, per una capacità complessiva di 19,34 GWh e una potenza nominale di 7,99 GW. Tradotto per un’abitazione tipo: sempre più famiglie hanno una batteria in garage, ma la usano quasi solo per spostare i consumi elettrici di sera. Il termico — riscaldamento, acqua calda sanitaria, raffrescamento — resta in gran parte alimentato a metano. È come comprare un’auto ibrida e andare sempre in folle in discesa: il potenziale c’è, ma non lo attivi mai.

A dircelo in modo ancora più esplicito è il Barometro del Fotovoltaico 2026 di Elmec Solar, secondo cui l’84,07% degli edifici italiani è ancora privo di impianto fotovoltaico. Alessandro Villa, Amministratore Delegato di Elmec Solar, mette il dito sulla questione: «Accanto a territori che hanno già raggiunto livelli di adozione molto interessanti, come Trento o il Nord-Est, restano molte province in cui i tetti disponibili sono ancora largamente inutilizzati». Insomma, il substrato fisico per spalmare il costo dell’energia su più vettori è già disponibile. Manca il secondo tempo: elettrificare i consumi termici.

La differenza la fa la strategia: accumuli termici e batterie gestiti insieme

Due ricerche indipendenti, una olandese e una italiana, hanno provato a quantificare cosa succede quando smetti di trattare fotovoltaico, batterie e pompe di calore come tre compartimenti stagni.

Lo studio sull’accumulo termico attivato dal surplus solare ha testato diverse strategie di gestione della domanda, concentrandosi su una in particolare, denominata DR4: in pratica, quando l’impianto fotovoltaico produce più di quanto serve, il sistema alza la temperatura di accumulo termico del serbatoio della pompa di calore, per utilizzare quell’energia in eccesso nelle ore successive, riducendo la richiesta di elettricità dalla rete nel momento in cui le tariffe sono più alte e il sole è tramontato. Senza toccare un interruttore, senza chiedere al proprietario di cambiare una sola abitudine.

Il salto di prestazioni è notevole. La combinazione di isolamento dell’involucro, ventilazione notturna e gestione dell’accumulo termico ha portato il tasso di copertura da rinnovabili (CCR) all’81,22% su base annua, più che doppiando il valore di partenza. Quando poi si integra un sistema fotovoltaico con batteria, il risparmio di elettricità prelevata dalla rete può arrivare sfiorare il 90% nei mesi più favorevoli.

Dall’altra parte, il sistema di gestione della potenza sviluppato alla TU Delft mette insieme fotovoltaico, batterie domestiche, veicoli elettrici e pompe di calore all’interno di un unico schema di ottimizzazione. Non gestisce solo l’autoconsumo, ma partecipa ai mercati dell’arbitraggio energetico, fornisce servizi di riserva di frequenza (aFRR) e attua la gestione della congestione tramite controllo diretto del carico, allocando la capacità delle batterie su diversi nodi della rete di distribuzione. Il punto chiave, ha spiegato Damianakis, è che l’uso combinato delle batterie per arbitraggio e servizi ancillari sta diventando redditizio solo ora, con la volatilità attuale dei prezzi dell’energia e della riserva: per anni il gioco non valeva la candela, oggi i conti cominciano a quadrare.

Il messaggio di fondo per un condominio o una villetta è secco: la tecnologia per fare della pompa di calore un “consumatore programmabile” collegato al fotovoltaico esiste già, e i margini di risparmio non sono più nell’ordine del 10-15%, ma di 6-8 volte l’energia che prelevi oggi dalla rete.

Quanto ti costa davvero ignorare l’accumulo termico

Ragioniamo su un caso reale. Una famiglia con un consumo elettrico annuo di 4.500 kWh, un fotovoltaico da 6 kWp e una batteria da 10 kWh può arrivare a coprire il 65-70% del proprio fabbisogno elettrico. Se per riscaldamento e acqua calda sanitaria usa ancora una caldaia a gas, il risparmio in bolletta si ferma lì. Aggiungendo una pompa di calore e spostando il carico termico nelle ore di massima produzione solare, il risparmio sulla parte elettrica sale al 75-80%. Ma è quando il sistema è guidato da un controllo predittivo — lo stesso principio della DR4 dello studio — che il prelievo di energia dalla rete crolla sotto il 15% annuo. Tradotto in euro: con un prezzo medio di acquisto dell’energia intorno a 0,28 €/kWh, il mancato risparmio rispetto a una gestione intelligente può valere 300-500 euro all’anno. Spalmati su dieci anni, sono 3.000-5.000 euro lasciati lì.

Gli incentivi esistono, anche se spesso vengono comunicati in modo cervellotico. Le detrazioni per ristrutturazione (50%) o l’ecobonus (65%) si applicano anche alla pompa di calore se trainata da un intervento di efficientamento. L’accumulo elettrico è detraibile al 50% se abbinato al fotovoltaico. Le Comunità energetiche rinnovabili, poi, offrono una via concreta per chi non ha spazio sui tetti: si può far parte di un impianto in un altro luogo e ottenere comunque un beneficio in bolletta sotto forma di tariffa premio, senza diventare giuristi dell’energia.

Detto questo, non sempre conviene. Se vivi in un appartamento in affitto con riscaldamento centralizzato, la pompa di calore oggi è una partita che si gioca quasi solo con la volontà dell’amministratore e dei condòmini. E se la tua abitazione è poco isolata e il fotovoltaico è sottodimensionato, il rischio è di scaldare con l’elettricità di rete nei giorni più freddi, vanificando il risparmio. La regola pratica è: prima isola, poi produce, e solo alla fine elettrifica i consumi termici.

Guardando i dati e i due studi, però, una direzione emerge netta. L’Italia ha già una leva potentissima, con oltre 900mila batterie installate e 2,2 milioni di impianti solari distribuiti, ma sta usando questa leva solo per metà. Integrare la pompa di calore nello stesso sistema di gestione che governa fotovoltaico e accumulo è il passo che trasforma un autoconsumo decente in una semi-indipendenza dalla rete. Non servono nuovi incentivi miracolosi: serve quella che Alessandro Villa chiama «consulenza e soluzioni tecnologiche capaci di accelerare una transizione energetica realmente diffusa», cioè la stessa logica che si applica quando si compone un impianto hi-fi — non basta avere buoni pezzi, serve che dialoghino nello stesso istante.

La prossima volta che valuti un impianto fotovoltaico con batteria, controlla che il sistema di gestione sia già predisposto per comandare una pompa di calore, anche se oggi hai la caldaia. È quella predisposizione da poche centinaia di euro che può fare la differenza, fra dieci anni, tra una casa quasi staccata dalla rete e una che continua a pagare gas ed elettricità insieme.