La Polonia accende il primo parco eolico offshore nel Baltico, 76 turbine per 1,2 GW di capacità

Vi è mai capitato di guardare una bolletta con un costo dell’energia ancora ballerino e chiedervi se, oltre agli aiuti, ci fosse finalmente una strada per pagare meno? La risposta non arriva dai tavoli della politica energetica, ma da un cavo posato sul fondo del Baltico e da tre turbine che galleggiano al largo di Perpignan. Mentre gli occhi restano puntati sul Mare del Nord, la transizione pratica sta prendendo altre rotte.

La Polonia smette di parlare e allaccia il primo parco offshore

Il fatto è tanto semplice quanto storico: l’elettricità generata dal parco eolico offshore Baltic Power è entrata nella rete nazionale polacca. È la prima volta in assoluto che l’energia prodotta da turbine eoliche in mare finisce nel mix elettrico del Paese.

Non poca roba per una nazione che ancora oggi brucia carbone per oltre il 60 per cento della sua elettricità. Ad oggi, 54 delle 76 turbine previste sono state installate, ma il cantiere non si è fermato per la cerimonia: la rete ha cominciato a ricevere elettricità con il lavoro ancora in corso.

Quando sarà completato, il parco Baltic Power avrà 76 turbine da 15 MW ciascuna, per una capacità totale di circa 1,2 GW. I numeri tradotti in bolletta: circa 4 TWh di elettricità ogni anno, sufficienti a coprire il 3 per cento dell’attuale domanda elettrica polacca. In un’Europa dove ogni punto percentuale di produzione stabile abbassa il prezzo marginale all’asta del giorno prima, non è una quantità trascurabile. Il beneficio ambientale è altrettanto concreto: una riduzione stimata fino a 2,8 milioni di tonnellate di CO₂ all’anno, semplicemente spostando generazione dal carbone al vento.

La dimensione industriale dell’operazione la spiega una cifra secca, citata da Ireneusz Fąfara: il progetto Baltic Power definito da Ireneusz Fąfara un investimento storico da 380 miliardi di złoty, il più grande programma di investimenti nella storia del settore energetico polacco. Un impegno che dice più di mille dichiarazioni: l’eolico offshore non è più un esperimento scandinavo o britannico, ma una scelta di convenienza anche per un’economia che finora aveva fatto del carbone la sua identità.

Tre turbine che galleggiano, un’idea che attecchisce

Spostiamo lo sguardo di qualche migliaio di chilometri. Davanti alla costa dell’Occitanie, il parco eolico galleggiante EFGL ha raggiunto la piena potenza. Il nome è un acronimo industriale — Éoliennes Flottantes du Golfe du Lion — ma l’architettura è tutto fuorché banale: tre turbine da 10 MW ciascuna, ancorate su piattaforme galleggianti a 16 chilometri dalla costa. Niente fondamenta piantate sul fondale, niente vincoli di profondità. È la tecnologia che apre alla sfruttabilità di enormi porzioni di Mediterraneo finora escluse perché troppo profonde per le torri fisse.

In termini di energia utile, i 110.000 MWh annui previsti da EFGL equivalgono al fabbisogno di circa 50.000 abitanti per i prossimi vent’anni. Non è la soluzione di tutti i problemi energetici francesi, ma è il primo tassello di una filiera che punta a rendere ripetibile il modello. E la ripetibilità, nell’energia, significa riduzione progressiva dei costi per ogni nuovo impianto.

Qualcosa di simile accade anche più a nord, dove la Finlandia continua a tessere la sua rete di impianti onshore. A giugno 2026 Axpo ha avviato il parco eolico Lålax nel comune di Vörå, un impianto da 24,8 MW di capacità installata, con il taglio del nastro del parco eolico Lålax alla presenza del ministro per gli Affari europei Joakim Strand. La notizia, riportata nel bollettino di WindEurope di luglio 2026, ricorda che la crescita dell’eolico non vive solo di megaprogetti, ma anche della somma di impianti medi e piccoli distribuiti sul territorio, quelli che fanno la differenza nell’accorciare la distanza tra produzione e consumo.

E nella bolletta di casa?

Qui viene la parte che tocca tutti. Quando una fonte come l’eolico offshore — con fattori di capacità che nel Baltico superano il 40 per cento — entra stabilmente in un mercato elettrico dominato dal carbone e dal gas, l’effetto più immediato è una pressione al ribasso sul prezzo all’ingrosso nelle ore ventose. È l’ordine di merito: ogni megawattora prodotto a costo marginale quasi zero scalza quello più caro, e il prezzo finale tende a scendere per tutti. La Polonia, fino a ieri grande importatrice netta di energia e condizionata dalle quotazioni della CO₂, diventa un produttore più indipendente. E questo, nel mercato interconnesso europeo, aiuta anche i consumatori italiani, perché riduce la concorrenza sulle stesse fonti fossili nei momenti di picco.

Certo, il risparmio in bolletta non si vede dall’oggi al domani, e non sarà mai una singola installazione a cambiare il segno del PUN. Ma ogni nuova dorsale produttiva — Baltico, Mediterraneo, eolico onshore nordico — aumenta la concorrenza tra fonti e la sicurezza degli approvvigionamenti. Per chi oggi valuta un contratto a prezzo fisso o una pompa di calore, sapere che alle spalle della presa c’è più elettricità generata senza combustibile fossile è un argomento concreto per guardare al medio periodo con meno ansia. La prossima volta che sentite parlare solo del Mare del Nord, date un’occhiata più a est e più a sud: è lì che la transizione sta davvero smettendo di essere un progetto.