Eni e Seri Industrial lanciano FAENIX per la produzione di batterie LFP in Italia

Lunedì scorso, mentre il resto d’Europa faceva la conta dei propri fallimenti industriali, due colossi italiani hanno deciso che era il momento di accelerare: Eni e Seri Industrial hanno annunciato il lancio di FAENIX, una nuova società per lo sviluppo della catena di approvvigionamento di batterie stazionarie LFP. Non si tratta di un comunicato qualunque. In un continente che negli ultimi diciotto mesi ha visto spegnersi uno dopo l’altro i suoi campioni dichiarati della mobilità elettrica e dell’accumulo, la nascita di un hub produttivo da 16 GWh/anno suona come un paradosso. O forse come l’inizio di qualcosa che ancora non sappiamo nominare.

I fallimenti che gridano autonomia

Basta scorrere la cronologia recente per capire perché l’annuncio di FAENIX arrivi carico di implicazioni. Northvolt, il gioiello svedese che avrebbe dovuto garantire all’Europa una filiera indipendente dalle batterie asiatiche, ha dichiarato bancarotta all’inizio del 2025. Un tracollo finanziario e simbolico, consumatosi nonostante i miliardi di euro pubblici e i contratti già firmati con le case automobilistiche tedesche. Pochi mesi prima, altri due progetti che avevano acceso le speranze di Bruxelles — Freyr e Morrow — avevano già alzato bandiera bianca. Tutti e tre avevano in comune la stessa premessa: costruire in territorio europeo quella capacità produttiva di celle che mancava quasi del tutto, sfruttando la domanda crescente di veicoli elettrici e, in misura minore, di accumulo stazionario.

La sequenza dei fallimenti ha lasciato un vuoto di capacità ma anche un cratere di credibilità. L’Unione Europea aveva puntato sulla classificazione IPCEI — Important Projects of Common European Interest — per finanziare con decine di miliardi la nascita di una filiera strategica. I risultati, finora, sono stati magri: impianti fermi, commesse cancellate, licenziamenti. Nel frattempo, i produttori asiatici hanno continuato a espandere la propria quota di mercato, mentre Washington spingeva con l’Inflation Reduction Act per attrarre investimenti negli Stati Uniti. Ma mentre queste storie si chiudevano, un’altra partita si apriva in Italia.

La creatura FAENIX: 16 GWh e un mercato da conquistare

La nuova società è composta da FIB, controllata del gruppo Seri Industrial, con una quota del 70%, e da Eni Industrial Evolution, che detiene il restante 30%. Non è un progetto nato dal nulla: già nell’ottobre 2024, Eni e Seri Industrial avevano concordato di cooperare per sviluppare una filiera industriale dedicata alle batterie al litio-ferro-fosfato, chimica che sta guadagnando terreno proprio nello stazionario per costi inferiori e maggiore stabilità termica. Ora quell’intesa si trasforma in una società operativa, con una roadmap di stabilimenti che ridisegna la mappa produttiva italiana.

Il cuore industriale sarà Teverola 2, l’impianto campano che e a cui si sono aggiunti. Numeri importanti, che fanno di questo progetto uno dei più finanziati nel panorama europeo delle batterie. La linea di assemblaggio BESS — Battery Energy Storage System — dovrebbe essere completata entro la prima metà del 2027, mentre una seconda gigafactory, con capacità superiore agli 8 GWh/anno, è attesa per il 2029. Quando entrambi gli impianti saranno pienamente operativi, la capacità combinata toccherà i 16 GWh/anno — una cifra che, secondo Seri Industrial, rappresenta più del 10% del mercato europeo dei sistemi di accumulo stazionari.

Vale la pena fermarsi su questo 10%. È una stima proiettata su un mercato in forte crescita ma ancora molto frammentato: gli impianti di accumulo utility-scale stanno accelerando in Italia, Spagna e Germania, ma le previsioni a medio termine restano ballerine, influenzate da prezzi dell’energia, meccanismi di capacity market e ritardi autorizzativi. Dichiarare oggi che si coprirà oltre un decimo della domanda continentale significa scommettere non solo sulla propria capacità esecutiva, ma anche sull’assenza di ulteriori scossoni regolatori.

La scelta della chimica LFP non è casuale. Rispetto alle NMC (nichel-manganese-cobalto), le celle a litio-ferro-fosfato offrono minore densità energetica ma costi più bassi e una durata maggiore in cicli di carica-scarica — caratteristiche che le rendono ideali per l’accumulo stazionario, dove peso e ingombro contano meno che in un’auto elettrica. Inoltre, evitano cobalto e nichel, materiali legati a catene di approvvigionamento geopoliticamente sensibili. Per un progetto che punta alla sovranità industriale, adottare la chimica meno dipendente da materie prime critiche è un vantaggio non da poco. Resta da vedere se questa volta i conti torneranno.

L’incognita: ce la farà l’Italia a diventare un polo europeo?

Nonostante l’entusiasmo, il percorso è pieno di insidie. La concorrenza non sta a guardare: Hithium, colosso cinese dei sistemi BESS, ha già ottenuto un contributo di 81 milioni di euro per il suo impianto in Navarra, Spagna. Si tratta di un player con economie di scala e know-how consolidato, che potrebbe erodere rapidamente le quote di mercato che FAENIX spera di conquistare. E non è l’unico: altri produttori extra-UE stanno valutando investimenti diretti in Europa, attratti proprio dal vuoto lasciato da Northvolt e compagni. Il rischio che la capacità produttiva europea venga riempita da capitali e tecnologie esterne, vanificando l’obiettivo di autonomia strategica, è concreto.

Poi c’è la questione dei tempi. La prima metà del 2027 per la linea BESS è un traguardo ambizioso ma plausibile, se i finanziamenti sono già in cassa e i permessi allineati. Ma il 2029 per la seconda gigafactory è una data lontana, esposta alle oscillazioni del mercato, ai costi delle materie prime e alla capacità di attrarre e formare manodopera specializzata nel Mezzogiorno. In Italia, i grandi progetti industriali scontano spesso ritardi burocratici e incertezze politiche che ne dilatano i tempi ben oltre le scadenze annunciate. Chiedersi «con quali risorse e con che tempi» non è scetticismo pregiudiziale: è l’unico modo per valutare se un target dichiarato sia qualcosa di più di un comunicato stampa.

Al lettore resta il dubbio: l’ennesima cattedrale nel deserto o la scintilla di una vera indipendenza energetica?