Il 45% dei brevetti globali è cinese, mentre l’Italia segna un calo del 12% nel 2023
Più di due domande di brevetto su cinque nel settore delle energie pulite, nel 2024, hanno riguardato tecnologie per batterie. Il dato, pubblicato dall’Ufficio Europeo dei Brevetti, è un indicatore che misura dove si sta concentrando la competizione globale sull’energia. E la concentrazione è netta: le batterie — dagli elettrodi ai sistemi di gestione termica, dalle chimiche litio-ferro-fosfato fino ai pacchi per lo stoccaggio stazionario — rappresentano il campo di battaglia brevettuale più affollato. Secondo i dati elaborati dall’Istituto per la Competitività (I-Com), l’attività brevettuale mondiale nel settore energia è cresciuta del 14,8% proprio nel 2024, trainata da una Cina che ha superato per la prima volta il milione di brevetti concessi in un anno, arrivando a rappresentare il 45% del totale globale.
Batterie: il cuore della corsa ai brevetti
Il primato cinese non è un fulmine a ciel sereno. Già nel 2023, quando i brevetti totali a livello mondiale hanno superato i 2 milioni, la Cina era responsabile di quasi 900.000 concessioni, unico Paese a registrare una crescita a doppia cifra nei brevetti energetici: +12,1%, con quasi 51.000 titoli concessi. Nello stesso anno l’Italia segnava un calo del 12%, peggiore della media europea ferma al -10%. Il sorpasso cinese sul Giappone, avvenuto nel 2020, ha cambiato gli equilibri: Pechino non si limita più a produrre batterie su scala industriale, ma sta blindando con i brevetti l’intera catena del valore, dai materiali anodici ai sistemi di riciclo.
La fotografia del 2024 conferma l’accelerazione. Con oltre due quinti delle domande concentrati sulle batterie, il messaggio dei numeri è chiaro: chi controlla la proprietà intellettuale sugli accumuli elettrochimici controlla un pezzo decisivo della transizione energetica. Non si tratta solo di auto elettriche: lo stoccaggio stazionario per le reti, i sistemi residenziali, le applicazioni industriali ad alta potenza sono tutti segmenti in cui un portafoglio brevettuale solido si traduce in royalties, barriere all’ingresso e potere negoziale lungo le filiere globali.
Italia: tante idee, poca industria
L’Italia, in questo scenario, incarna una contraddizione difficile da sciogliere. Tra il 2010 e il 2024 i brevetti energetici italiani sono passati da 287 a 328, con un incremento del 14% che racconta una vitalità creativa non trascurabile. Ma il dato aggregato nasconde un andamento a due velocità e, soprattutto, un problema strutturale: l’Italia si dimostra forte in alcune nicchie — materiali avanzati, sensoristica, componenti per l’elettronica di potenza — ma resta fragile nella capacità industriale a valle. Tradotto: brevettiamo soluzioni che poi non riusciamo a produrre in volumi significativi sul territorio nazionale.
Il contesto europeo non aiuta. L’Unione Europea è significativamente indietro rispetto a Stati Uniti e Cina nelle innovazioni brevettuali, con una performance leggermente migliore solo nel calcolo quantistico. Sulle tecnologie di sistema — quelle che servono a integrare generazione distribuita, accumulo e consumi in un’infrastruttura coerente — il Vecchio Continente paga un ritardo che i numeri sui brevetti rendono tangibile. Il calo del 10% nei brevetti energetici europei nel 2023 non è un incidente statistico: è il sintomo di un ecosistema dell’innovazione che fatica a tenere il passo.
Per l’Italia la questione è ancora più delicata. Un portafoglio brevettuale che cresce del 14% in quattordici anni è un segnale positivo, ma il -12% del 2023 — peggiore della media continentale — indica che la traiettoria non è stabile. E senza una filiera manifatturiera capace di assorbire quelle innovazioni, il rischio è che i brevetti restino esercizi di ingegno su carta, mentre la produzione — e i posti di lavoro che ne derivano — prende altre direzioni.
Competenze verdi: la partita si gioca sul campo
La vera misura della leadership non è nelle carte bollate, ma in chi installa, produce e gestisce. Nel 2025 le competenze green hanno riguardato il 17,6% della forza lavoro mondiale, un perimetro in espansione che include progettisti di sistemi fotovoltaici, tecnici della mobilità elettrica, installatori di pompe di calore, esperti di domotica energetica. In Italia i numeri sono ancora più marcati: secondo i dati I-Com, i green job rappresentano il 33,6% delle oltre 5,8 milioni di assunzioni programmate dalle imprese. Una domanda molto superiore alla media globale, che segnala un fabbisogno reale, ma che resta sospesa in assenza di una base industriale solida a cui agganciarsi. È il paradosso di un Paese che cerca competenze per costruire ciò che non produce abbastanza.
Il sorpasso cinese corre sui brevetti, ma la vera sfida per l’Italia è costruire la filiera che trasforma un’intuizione in un pannello montato su un tetto, in una batteria installata in una cabina di quartiere, in un inverter collegato a una rete. Senza quel ponte tra l’ufficio tecnico e la fabbrica, anche i numeri migliori dell’ingegno restano un indicatore astratto. E l’energia pulita, alla fine, si misura in chilowattora prodotti e in posti di lavoro creati.




