La legge tedesca arriva con anni di ritardo rispetto alla direttiva Ue del 2018

Guardare la bolletta della luce non è mai un piacere. In Germania, nell’estate 2026, il prezzo medio per famiglia viaggia attorno a 37,2 centesimi a kilowattora. Chi ha un pannello sul tetto sta meglio, certo. Ma chi vive in affitto, in un condominio senza spazio o semplicemente all’ombra di un palazzo più alto, finora poteva solo invidiare il vicino che alle dodici immette in rete l’elettricità che non consuma. Da qualche settimana non è più soltanto invidia: è diventata un’opportunità. Dal primo giugno 2026, condividere energia tra privati è legale anche in Germania, grazie al nuovo paragrafo 42c della legge sul settore energetico.

Si chiama Energy Sharing, un’idea che sulla carta è semplice come sembra: io produco più elettricità di quanta me ne serva, tu sei qui vicino e ne hai bisogno, ci mettiamo d’accordo e ce la dividiamo, tagliando un pezzo di bolletta a entrambi. La differenza rispetto al passato è che ora un fornitore terzo può fare da intermediario, occupandosi della parte tecnica e amministrativa. L’Agenzia federale delle reti (Bundesnetzagentur) ha già chiarito che questo modello di servizio, già sperimentato prima della legge, soddisfa pienamente i requisiti del nuovo paragrafo 42c.

Una legge nata con anni di ritardo

L’entusiasmo però va maneggiato con cautela. La prima ragione è scritta nel calendario. L’Unione europea aveva già creato le basi legali per l’Energy Sharing nel 2018. La scadenza per recepirle era fissata a metà 2021. La Germania l’ha mancata, e di molto: il paragrafo 42c è entrato in vigore soltanto a dicembre 2025, con obbligo di attuazione entro il primo giugno 2026. Nel frattempo, la coalizione semaforo è crollata nel novembre 2024, bloccando di fatto tutti i piani in discussione, prima ancora di approvare la strategia per le nuove centrali elettriche. Risultato: siamo arrivati all’estate 2026 con uno strumento che altrove in Europa è già realtà da anni.

E non è l’unica norma in ritardo. Proprio a metà maggio 2026, il governo federale ha adottato il disegno di legge sull’approvvigionamento di nuova capacità elettrica, lo StromVKG, che introduce per la prima volta in Germania un meccanismo per remunerare la potenza garantita, affiancando al mercato dell’energia pura un mercato della capacità. È un intervento strutturale necessario per rendere il sistema più stabile, ma arriva quando il dibattito pubblico è già concentrato sul caro-bolletta e sulle emissioni. Secondo il Consiglio degli esperti per il clima, le quantità di emissioni consentite dal GModG (la legge sulla gestione del gas) rischiano di superare di 60-100 milioni di tonnellate di CO₂ i limiti fissati dalla legge tedesca sul clima. Condividere l’energia pulita è una buona idea, ma se le emissioni autorizzate restano così alte, l’effetto netto rischia di essere molto più debole del previsto.

Tariffe di rete, incentivi che calano e gestori prudenti

Poi c’è la questione che tocca il portafoglio di chi l’Energy Sharing vorrebbe provarlo davvero. In Austria, chi scambia elettricità entro un raggio locale paga tariffe di rete ridotte, proprio per incentivare il consumo di prossimità. In Germania non sono in programma. Lo ha confermato la stessa Bundesnetzagentur, interpellata dalla redazione clima dell’ARD. Tradotto in pratica: per il gestore della rete, l’energia che il mio vicino mi manda direttamente è trattata esattamente come quella che arriva da una centrale lontana centinaia di chilometri. Il costo del trasporto resta uguale, e il risparmio si riduce.

I gestori, dal canto loro, non si stanno muovendo con particolare entusiasmo. NetzeBW, uno dei principali operatori di rete, nelle scorse settimane ha risposto in modo vago alle richieste di chiarimento, spiegando che ci sono ancora diverse questioni giuridiche da chiarire prima di implementare pienamente la legge. Di fatto, l’infrastruttura fisica è pronta, ma quella burocratica no. Chi volesse attivare un accordo di Energy Sharing oggi si troverebbe a navigare in un quadro dove molti dettagli operativi sono ancora aperti.

A raffreddare ulteriormente l’entusiasmo c’è un’altra scadenza imminente. Chi sta valutando interventi di riqualificazione energetica sulla propria abitazione deve sapere che dal 21 luglio 2026 i costi massimi di investimento incentivabili per la prima unità abitativa scenderanno da 30.000 a 28.000 euro. Meno spesa coperta dagli incentivi significa un esborso netto maggiore, proprio nella fase in cui si potrebbe investire in pannelli e sistemi di gestione per partecipare all’Energy Sharing. È un segnale che va in direzione opposta rispetto alla spinta alla condivisione.

Cosa conviene fare oggi (e cosa no)

Ha senso, allora, buttarsi subito nell’Energy Sharing? Dipende. Per un condominio che ha già un impianto fotovoltaico e consumi concentrati nelle ore diurne, la risposta è probabilmente sì: l’infrastruttura esiste, il quadro normativo di base c’è, e il risparmio sulla componente energia della bolletta è concreto, anche se le tariffe di rete non si toccano. Per chi invece abita in una zona servita da un gestore restio a sbloccare le procedure, o per chi deve ancora installare i pannelli, la scelta più saggia potrebbe essere aspettare qualche mese. Informarsi ora, capire i vincoli, confrontare i costi reali: è questo il modo per farsi trovare pronti quando i nodi giuridici saranno sciolti e, forse, il legislatore deciderà di aggiungere incentivi che oggi mancano.

L’Energy Sharing non è una bacchetta magica contro il caro-bolletta, e chi lo presenta come tale dimentica i ritardi, le tariffe piene e i gestori frenati. Ma è un mattoncino che, messo insieme ad altri – nuove regole sulla capacità, investimenti in rinnovabili, maggiore chiarezza normativa – può cambiare in meglio il modo in cui consumiamo energia. Chi inizia a documentarsi oggi, quando la legge è ancora acerba, sarà quello che domani ne trarrà il massimo vantaggio.