Il taglio a 50,3 milioni non tocca la capacità produttiva, ma il mercato degli elettrolizzatori cresce meno del previsto
Quasi 13 milioni di euro di incentivi pubblici in meno e nemmeno un megawatt di capacità produttiva perso. È questo il dettaglio che cambia la lettura della notizia arrivata lo scorso settembre: il MIMIT ha rivisto al ribasso i sussidi per la gigafactory di De Nora, portandoli a 50,3 milioni di euro dai 63 milioni inizialmente previsti. L’azienda ha però precisato che, una volta a regime, la capacità produttiva annua non subirà riduzioni. La fabbrica degli elettrolizzatori resta quella progettata. A cambiare è il quadro in cui quelle macchine dovranno essere vendute.
Meno soldi, stessa fabbrica
Il contributo alla spesa concesso è di 50.348.569 euro e arriva da due fonti: 32.250.000 euro dal PNRR e 18.098.569 euro dal Fondo IPCEI. Secondo quanto riportato dalla fonte, la riduzione degli incentivi non riguarda la costruzione dell’edificio della gigafactory, che risulta già completato. Il capannone c’è e le linee che devono saturarlo sono state dimensionate. Il taglio colpisce altre voci del progetto, non lo stabilimento.
Il dato tecnico è netto: nessuna riduzione della capacità annua a regime. Per chi segue la filiera dell’idrogeno questa distinzione conta molto. Un taglio ai fondi che riduce i megawatt prodotti indica un problema industriale. Un taglio che lascia invariati i megawatt indica che l’oggetto della scommessa si è spostato. Resta da capire che cosa sia cambiato tra la concessione originaria e oggi.
Il mercato che non arriva
Conviene ripercorrere le tappe. Già nel luglio 2023, come ricostruito nell’annuncio dell’avvio dei lavori, DNHIT aveva ottenuto, in collaborazione con il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, circa 32 milioni di euro con un decreto di concessione. Nella stessa comunicazione si indicava che ulteriori finanziamenti, fino a circa 63 milioni di euro, avrebbero potuto essere disponibili a sostegno dell’IPCEI Hydrogen1. Quella cifra di 63 milioni era quindi il tetto potenziale del sostegno pubblico, e il decreto dello scorso settembre l’ha ridimensionata.
Il decreto non arriva all’improvviso. È l’esito di un processo avviato nel marzo 2025, quando De Nora comunicò al mercato l’intenzione di rivalutare le ipotesi economico-finanziarie del progetto alla luce dell’andamento del mercato dell’idrogeno verde. Detto in modo meno diplomatico: la domanda di elettrolizzatori non stava crescendo al ritmo su cui era stato costruito il business plan. Una gigafactory è un investimento in capacità e si ripaga solo se le linee lavorano vicino al pieno carico. Se gli ordini arrivano più lentamente del previsto, i costi fissi pesano su volumi più bassi. La fonte segnala infatti, in un altro passaggio, che i costi di sviluppo della gigafactory stavano trascinando verso il basso l’EBITDA rettificato del gruppo.
In questo contesto va letta anche la milestone raggiunta a giugno 2026. Nell’ambito del programma IPCEI, De Nora ha installato la capacità produttiva richiesta dal traguardo PNRR e ha trasmesso al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica la documentazione che ne certifica il raggiungimento. È un risultato concreto: la capacità di produrre esiste ed è stata verificata. Ma la milestone misura l’offerta, non la domanda. Certifica che le macchine si possono costruire, non che qualcuno le abbia già ordinate per impianti pronti a partire. È qui che la promessa tecnologica incontra il suo limite reale.
Fabbriche pronte, impianti in attesa
Allargando lo sguardo all’Europa, il caso De Nora sembra meno un’anomalia e più un sintomo. I numeri citati dall’analisi dell’Energy Industries Council sono questi: in Europa ci sono circa 8,49 GW all’anno di capacità produttiva di elettrolizzatori. Dei 31 GW di capacità di idrogeno verde pianificati nel continente al 2030, solo circa 3 GW hanno raggiunto la decisione finale di investimento (FID).
Messi uno accanto all’altro, i due dati mostrano lo squilibrio. Secondo l’EIC, la capacità annua delle fabbriche europee è quasi il triplo di tutta la capacità di elettrolisi che ha superato la FID in vista del 2030. La FID è il punto in cui un progetto smette di essere un rendering con una data e diventa un cantiere finanziato: contratti di fornitura firmati, offtaker identificati, finanziamento chiuso. Prima di quel passaggio, un impianto da centinaia di megawatt resta una dichiarazione d’intenti e non si traduce in un ordine di stack.
Per chi sviluppa impianti, quindi, la disponibilità di elettrolizzatori non è il collo di bottiglia. Le fabbriche ci sono e, come dimostra il caso De Nora, possono essere completate e certificate. Il vincolo sta a valle: chiudere un business case che regga, con costi dell’energia elettrica rinnovabile, fattore di utilizzo dell’impianto e prezzo di vendita dell’idrogeno compatibili con un ritorno sull’investimento. Per chi produce stack il problema è speculare: linee dimensionate per una domanda che, sulla carta, doveva esserci e che nei numeri della FID si vede solo in parte.
Il collo di bottiglia dell’idrogeno verde in Europa, insomma, non è più la capacità di costruire elettrolizzatori ma la capacità di farli lavorare. Il trade-off per chi installa e gestisce è concreto: le macchine sono disponibili, mentre i progetti che ne giustificano l’acquisto restano pochi. Il taglio deciso dal MIMIT lo scorso settembre, che lascia intatta la fabbrica e riduce il sostegno, mostra il sostegno pubblico che si adegua a questo squilibrio.




