Incentivo ridotto a 50,3 milioni ma copre il 100% dei costi: capacità produttiva invariata

Cinquanta milioni e trecentomila euro. È la cifra a cui il Mimit ha riportato gli incentivi per la gigafactory dell’idrogeno di De Nora, secondo la notizia diffusa il 21 settembre. A un mese di distanza la decisione merita una seconda lettura, perché il dato che conta non è l’importo. Detta così sembra un taglio: prima l’assegno era più alto, ora è più basso. Guardando bene, però, il peso dell’aiuto sul progetto è aumentato.

Meno soldi, tutto pagato

Il punto di partenza sono i due decreti precedenti. Con quegli atti DNIHT, la società titolare del progetto, aveva ottenuto finanziamenti pubblici fino a circa 63 milioni di euro, una somma che copriva intorno al 70% dei costi ammissibili previsti dal vecchio piano. Il resto, quasi un terzo, restava a carico dell’impresa.

Con la ridefinizione il contributo scende da 63 a 50,3 milioni, ma cambia la proporzione. Secondo la ricostruzione di HydroNews sul ridimensionamento del progetto, i 50,3 milioni che il MIMIT pagherà dopo la ristrutturazione copriranno il 100% dei costi ammissibili. Lo Stato spende meno in valore assoluto e finanzia per intero quello che resta del piano. La domanda allora non riguarda quanto si è risparmiato. Riguarda che cosa è stato tolto dal progetto, e perché la parte rimasta non si regge senza copertura pubblica totale.

La stessa capacità, un piano più piccolo

La risposta più semplice sarebbe che si produrrà di meno. Non è così, almeno a sentire l’azienda. Secondo De Nora, una volta che lo stabilimento sarà a pieno regime non è prevista alcuna riduzione della capacità produttiva annua. Il piano si è quindi ristretto nei costi ammissibili, mentre l’obiettivo industriale dichiarato è rimasto lo stesso. Le fonti non dicono quali voci di spesa siano uscite dal perimetro: macchinari, tempi, fasi successive. Si sa solo che il perimetro finanziato è più piccolo e che dentro quel perimetro il rischio economico non è più condiviso, perché lo copre il denaro pubblico.

Qui conviene tenere separate due cose. C’è l’atto amministrativo, cioè la ridefinizione dell’incentivo, che è un fatto. E c’è l’attuazione, cioè una fabbrica che a regime dovrà produrre elettrolizzatori e venderli. Il primo non garantisce la seconda. Con la copertura al 100% dei costi ammissibili, il denaro pubblico non accompagna più un investimento privato: lo sostituisce nella parte finanziata. È una scelta legittima di politica industriale. Dice però qualcosa sulla fiducia con cui le imprese guardano al mercato in cui dovrebbero vendere.

Il caso De Nora non è isolato. Già in un’analisi sui risultati del primo trimestre 2025, HydroNews osservava che i tempi lunghi di sviluppo del mercato cominciavano a mettere sotto pressione, anche finanziaria, gli operatori specializzati negli elettrolizzatori, con l’avvio di una prima fase di selezione. Per chi costruisce queste macchine, il problema non è solo tecnologico. Bisogna sostenere i costi di uno stabilimento mentre gli ordini arrivano più lentamente del previsto. In questo quadro la ristrutturazione del progetto italiano si legge in due modi. È una prudenza: si riduce l’esposizione senza rinunciare alla capacità. Ed è anche un segnale: senza lo Stato a coprire tutto, quella esposizione non sarebbe stata sostenibile.

Sei gigawatt promessi, meno di uno installato

Dallo stabilimento bisogna passare al continente, perché la fabbrica di De Nora venderà in un mercato che, sui numeri disponibili, è molto più piccolo di quanto le istituzioni avevano programmato. L’Unione europea si era data un traguardo di 6 GW di elettrolizzatori entro il 2024. Secondo un documento dei principali produttori europei di elettrolizzatori, quell’obiettivo era lontanissimo, con meno di 1 GW installato al momento della rilevazione. In altre parole, era stato realizzato meno di un sesto di quanto previsto.

Questo scarto aiuta a capire la decisione del Mimit. La politica industriale finanzia l’offerta, cioè la capacità di costruire elettrolizzatori, mentre la domanda, cioè chi li installa e produce idrogeno verde, è rimasta molto indietro rispetto ai target. Uno Stato può pagare per intero i costi di uno stabilimento. Non può decidere quanti clienti si presenteranno a comprare ciò che esce dalle sue linee. Una capacità produttiva intatta, in un mercato che non cresce, rischia di restare inutilizzata.

Resta quindi una domanda semplice, a cui né il decreto né le comunicazioni dell’azienda rispondono. Con l’obiettivo europeo mancato di molto e la selezione tra i produttori già cominciata, chi saranno i clienti di questa fabbrica, e quando arriveranno? Coprire il 100% dei costi ammissibili è una scommessa sul fatto che l’idrogeno verde troverà un mercato. Ma ammette anche che, alle condizioni attuali, quel mercato non basta a finanziare chi lo rifornisce. Se gli ordini non arriveranno, una parte del conto l’avrà già pagata lo Stato.