L’accordo tra Good Energy e Ørsted porta 400 GWh di eolico offshore ai data center, riducendo le emissioni del 75%
Probabilmente no. Ed è normale: il digitale ha l’aria di essere immateriale, pulito, senza ciminiere. Ma dietro ogni invio, ogni backup, ogni ricerca online, c’è un data center che pompa elettricità giorno e notte. E quando moltiplichi quel gesto per miliardi di persone, il conto energetico diventa un problema che i governi iniziano a prendere molto sul serio. Nei mesi scorsi, i parlamentari britannici hanno avviato un’inchiesta tramite il Comitato di Audit Ambientale proprio sull’impatto dei data center: consumo di elettricità, acqua e pressione sulle reti locali. La domanda smette di essere astratta e diventa pratica: possiamo continuare a usare servizi digitali senza peggiorare il problema? La risposta non è spegnere tutto, ma scegliere meglio chi e come alimenta i nostri byte.
200 GWh nel Mare d’Irlanda: un accordo che segna la rotta
Una risposta concreta arriva da Good Energy, fornitore britannico di energia rinnovabile che il 16 luglio scorso ha firmato il più grande accordo di fornitura della sua storia con il colosso danese Ørsted. L’intesa, che partirà a ottobre 2026 e durerà due anni, prevede l’acquisto di 200 GWh all’anno di elettricità pulita generata dai parchi eolici offshore Walney 1 e Walney 2, nel Mare d’Irlanda, a quindici chilometri dalla costa di Barrow-in-Furness, in Cumbria.
Per dare un’idea: 400 GWh complessivi bastano ad alimentare oltre 74.000 case britanniche ogni anno. Non è una briciola, ed è energia che arriva da 102 turbine Siemens da 3,6 MW ciascuna, per una capacità combinata di 367 MW. Good Energy non è nuova a questo tipo di operazioni: già nell’aprile 2023 aveva firmato un accordo triennale con la stessa Ørsted per 110 GWh annui dal parco eolico Hornsea 1 nel Mare del Nord, all’epoca il più grande mai concluso dall’azienda. Ora quel record è stato superato quasi del doppio.
Ma l’aspetto più interessante è dove finisce questa energia. Ad aprile del 2026, Good Energy ha annunciato una collaborazione con Stellium Datacenters, che gestisce uno dei campus di data center più grandi del Regno Unito vicino a Newcastle. L’obiettivo era tagliare del 75% le emissioni di carbonio del centro. Con l’elettricità dei parchi Walney, quel percorso si consolida: Stellium oggi funziona con una fornitura rinnovabile al 100%, collegata in tempo reale a oltre 3.300 generatori indipendenti sparsi per il Paese.
Corrispondenza oraria e reti sotto pressione: cosa significa per te
Qui entra in gioco un concetto che vale la pena capire: la corrispondenza oraria. Non basta comprare tanti certificati verdi e dire “la nostra energia è rinnovabile” su base annua. Stellium raggiunge un punteggio di corrispondenza oraria del 95,4%: vuol dire che quasi tutta l’elettricità che consuma in una data ora è effettivamente prodotta da fonti rinnovabili in quello stesso momento. La media di mercato è ferma intorno al 43%. In pratica, mentre la maggior parte dei data center si accontenta di bilanciare i conti a fine anno, Stellium verifica che il match avvenga ora per ora. È una differenza enorme per la rete elettrica, perché evita di caricare gli impianti a gas nelle ore di punta e riduce il rischio di congestione locale.
Ed è proprio la pressione sulle reti locali a preoccupare i parlamentari britannici. L’inchiesta dell’Environmental Audit Committee cerca di capire se l’espansione dei data center, spinta dall’intelligenza artificiale, sia sostenibile senza investimenti massicci in infrastrutture. La risposta, per ora, è che dipende da come si compra l’energia. Un conto è allacciarsi alla rete e prelevare quel che serve, un conto è costruire accordi di lungo termine con parchi eolici e parchi solari, dando prevedibilità ai produttori e riducendo la necessità di accendere centrali fossili di riserva.
Questo meccanismo non è un’esclusiva di Good Energy. Già nel 2022, Octopus Energy aveva firmato un accordo con Shell Energy Europe per ricevere energia dal progetto eolico offshore Dogger Bank, il più grande parco eolico al mondo in costruzione. Il mercato delle rinnovabili per le imprese sta diventando competitivo: chi gestisce un data center oggi può scegliere tra diversi fornitori, e la qualità della corrispondenza oraria sta diventando un criterio di selezione. Per un’azienda che vuole ridurre la propria impronta, non è più solo una questione di immagine, ma di costi e di accesso alla capacità di rete.
Per un cittadino o una piccola impresa, il messaggio pratico è semplice: quando scegli un servizio cloud — che sia storage, posta elettronica, backup o un tool basato su AI — puoi guardare se il fornitore dichiara la percentuale di energia rinnovabile e, soprattutto, se adotta un sistema di corrispondenza oraria o simile. Non tutti lo comunicano, ma alcuni (come i servizi che girano su infrastrutture tipo Stellium) iniziano a farlo con orgoglio. Significa che quei tuoi clic e quei tuoi file stanno pesando meno sulla rete e sulle bollette collettive. Non è una bacchetta magica: la domanda di elettricità dei data center è in crescita reale, e nessuna fornitura rinnovabile può azzerare il bisogno di nuove linee e sottostazioni. Ma un contratto ben disegnato sposta l’equilibrio: più energia pulita viene richiesta da grandi clienti, più investimenti si attivano per generarla, e meno si dipende dai combustibili fossili nelle ore critiche. Alla fine, il futuro dell’energia è già nei parchi eolici in mare aperto, ma serve una rete in grado di distribuirlo e una domanda consapevole che lo tiri. Informarsi su chi alimenta i nostri dati è il primo passo: ogni clic, se indirizzato bene, può fare la differenza per la stabilità della rete e per l’ambiente che ci circonda.




