La scadenza imposta dall’OBBBA e i dazi sui componenti solari hanno ridisegnato il mercato dei crediti, premiando le batterie
Un tempo il vento era la tecnologia con la quota più invidiabile nel mercato dei crediti d’imposta americani. Oggi vale meno di otto punti percentuali.
I numeri del primo semestre 2026 raccontano una resa dei conti. Secondo i dati di Crux, i trasferimenti di crediti d’imposta hanno raggiunto 21 miliardi di dollari, mentre i trasferimenti del secondo semestre 2025 erano stati 17,7 miliardi. Il confronto semestre su semestre segna una crescita, ma il calo su base annua resta del 12,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Dentro quel totale, la composizione è cambiata in modo brusco: la quota del vento è scesa dal 23% al 7,5%, mentre la quota del solare è passata dal 35% al 30%. A guidare la crescita non è più il fotovoltaico, ma lo stoccaggio.
Il dato stride con un altro: nel secondo trimestre del 2026 il record trimestrale di vendite ha toccato i 14,9 miliardi di dollari, il massimo mai registrato da Crux.
Un mercato che cala su base annua ma che segna un record trimestrale. La spiegazione è nella selezione: chi vende crediti oggi scommette su impianti che non devono chiedere il permesso a un ciclo politico.
Perché il vento è sparito dalla torta
La stretta arriva da due direzioni. Prima, l’OBBBA, approvata dall’amministrazione Trump l’anno scorso, ha imposto la scadenza del 4 luglio: i progetti eolici e solari dovevano iniziare i lavori entro quella data per mantenere i crediti d’imposta introdotti dall’IRA. Chi non ha rispettato la scadenza ha perso la certezza del beneficio. Poi, i dazi della Section 232 hanno colpito il solare: da dicembre scatterà un regime di prezzi minimi e dazi su polisilicio, wafer, celle e moduli, con una tariffa del 15% su tutti questi prodotti in ingresso negli Stati Uniti. Secondo le proiezioni di Intertek CEA, l’effetto sarà una cancellazione di progetti in sviluppo e una riduzione delle installazioni solari fino al 2030 e oltre.
Il vento, invece, non subisce direttamente i dazi sul solare, ma la sua quota di mercato dei crediti è crollata lo stesso. Il motivo va cercato altrove: forse nella maturità relativa degli incentivi, o nella concorrenza dello stoccaggio che offre contratti più semplici e tempi di costruzione più brevi. La quota di operatori orientati allo stoccaggio è pari al 32% degli intervistati da Crux.
Lo stoccaggio diventa il rifugio
I numeri sulla capacità futura disegnano un sorpasso: le previsioni di capacità di Crux, EIA e S&P indicano che gli Stati Uniti aggiungeranno più di 100 GW di nuova capacità pulita ogni anno tra il 2027 e il 2029. Ma dal 2029 in poi, il sorpasso dello stoccaggio sarà una realtà: rappresenterà la quota maggiore di nuove installazioni annuali. Non è più una nicchia: è il segmento che attrae capitali quando le regole cambiano.
Questa stessa lettura sta guidando l’Italia. Il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha approvato un requisito precauzionale di stoccaggio da 16 GWh nell’ambito dell’asta MACSE. E c’è chi ha già adeguato il portafoglio: Ellomay ha venduto asset solari per comprare batterie, come racconta l’operazione di Ellomay. Il titolo della pagina suona come un manifesto: “Ellomay ha venduto il sole per comprare le batterie”.
Chi paga il conto della transizione distorta
Il mercato dei crediti d’imposta sta diventando un indicatore di convenienza, non di ideologia. Se lo stoccaggio cresce mentre il vento crolla e il solare rallenta, non è perché le batterie sono più verdi di una pala eolica. È perché rispondono a un’esigenza di flessibilità che le reti pagano meglio, e perché soffrono meno le scadenze imposte e i dazi all’importazione.
Crux stima che l’intero mercato dei trasferimenti di crediti nel 2026 possa arrivare a le stime di Crux per il 2026 fino a 49 miliardi di dollari, in crescita fino al 18% rispetto al 2025, con un intervallo di stima compreso tra 47,5 e 49 miliardi. Ma la crescita non è distribuita: si concentra dove la regolamentazione non mette i bastoni tra le ruote. Il vento, che pure ha una pipeline di oltre 170 GW di progetti pronti ad avanzare nei prossimi anni, resta al palo in termini di quota di mercato.
La domanda aperta è se questa selezione sia temporanea o strutturale. Se i dazi restano e la scadenza OBBBA non viene prorogata, il solare americano rischia di diventare un mercato di nicchia per pochi produttori nazionali. Lo stoccaggio, invece, ha davanti un percorso più pulito. Ma chi costruirà le batterie sufficienti per 100 GW all’anno? E chi pagherà il costo di una transizione che abbandona il vento proprio quando servirebbe più energia pulita e programmabile?
L’Italia, con i suoi 16 GWh di MACSE, ha fatto una scommessa simile. Ma 16 GWh sono una frazione minima del fabbisogno di stoccaggio di un sistema che punta alle rinnovabili. La vera resa dei conti arriverà quando i prezzi delle batterie saliranno per la domanda globale, e allora capiremo se il mercato ha scelto lo stoccaggio per convenienza o per disperazione.




