Il controllo governativo sui modelli più avanzati ridisegna i rapporti tra Stato e aziende private
Due settimane. Tanto è bastato perché un modello di intelligenza artificiale considerato tra i più potenti mai costruiti venisse prima bloccato, poi riacceso con il contagocce, e infine trasformato nel laboratorio di un esperimento normativo che non ha precedenti. È la vicenda di Mythos e Fable 5, i due sistemi sviluppati da Anthropic, finiti al centro di un nuovo regime normativo che affida al governo degli Stati Uniti il potere di decidere chi può accedere all’IA di frontiera, quando e a quali condizioni. Un paradosso perfetto: per difendere la sicurezza nazionale, Washington ha spento la propria tecnologia più avanzata. E nel silenzio dei server spenti, è nata una dipendenza nuova — quella dal permesso governativo.
La decisione lampo: due settimane che hanno spento l’IA di frontiera
La sequenza degli eventi ha la precisione di un orologio e l’opacità di un corridoio burocratico. Intorno al 12 giugno — meno di quindici giorni fa — l’amministrazione Trump ha imposto controlli all’esportazione su Mythos. La mossa è scattata dopo che Amazon e altre aziende avevano lanciato un allarme preciso: quei modelli potevano essere “jailbroken”, cioè manomessi per scopi malevoli. Non un’ipotesi teorica, ma un rischio concreto che ha innescato una reazione a catena. I controlli hanno portato alla chiusura immediata non solo di Mythos, ma anche del suo “cugino” Fable 5, sviluppato dalla stessa Anthropic.
Pochi giorni dopo, il 15 giugno, il governo statunitense ha formalizzato la stretta. Anthropic ha pubblicato un comunicato in cui spiegava di aver ricevuto una direttiva di controllo delle esportazioni che sospendeva l’accesso a Fable 5 e Mythos 5 per qualsiasi cittadino straniero, dentro o fuori gli Stati Uniti, inclusi i dipendenti stranieri dell’azienda stessa. La direttiva di controllo delle esportazioni, citando autorità di sicurezza nazionale, ha costretto Anthropic a una scelta drastica: disabilitare immediatamente entrambi i modelli per tutti i clienti, senza distinzioni. L’effetto netto dell’ordine, scriveva l’azienda, era che “dobbiamo interrompere bruscamente Fable 5 e Mythos 5 per tutti i nostri clienti per garantire la conformità”. Una decisione che non lasciava margini: non una consultazione, non una gradualità, ma uno spegnimento secco.
A leggere la cronologia, colpisce la velocità con cui tutto è accaduto. In meno di una settimana, due dei modelli più avanzati al mondo sono passati dall’essere accessibili all’essere spenti. E non per un guasto tecnico, non per una scelta aziendale, ma per un atto amministrativo. La data esatta dei singoli passaggi resta avvolta in una certa nebbia — le comunicazioni ufficiali sono arrivate a cose fatte — ma il perimetro è chiaro: a metà giugno 2026, il governo degli Stati Uniti ha dimostrato di poter premere un interruttore e fermare l’innovazione.
Il vincitore nascosto: lo Stato come gatekeeper dell’innovazione
Ora che i modelli sono stati riaccesi — solo in parte, solo per alcuni — è evidente che la vera partita non era spegnerli, ma decidere come e a chi riaccenderli. Il segretario al Commercio, nella sua comunicazione, ha delineato un impianto che va ben oltre la gestione dell’emergenza. Siamo di fronte all’inizio di un regime normativo che attribuisce al governo il controllo sul rilascio dei modelli di IA di frontiera. Non un’eccezione temporanea, insomma, ma un’architettura di potere che ridisegna i rapporti tra pubblico e privato in uno dei settori strategici del secolo.
L’ironia è profonda. Per anni il dibattito sull’intelligenza artificiale è stato dominato dalla paura che le aziende private corressero troppo, senza freni, spinte dalla competizione. La soluzione trovata dall’amministrazione statunitense non è stata una regolamentazione condivisa, ma un meccanismo di autorizzazione diretta: il governo decide quali modelli possono essere rilasciati, a quali partner e con quali limiti. Il mercato non è più l’arbitro della diffusione tecnologica; lo è il Dipartimento del Commercio. E questo rovescia completamente la logica con cui abbiamo pensato l’innovazione nell’era digitale: non più “prima costruisci, poi regoli”, ma “prima chiedi il permesso, poi — forse — rilasci”.
C’è un dettaglio che illumina la tensione di questo passaggio. OpenAI, l’altra grande protagonista della corsa all’IA, ha pubblicato un post sul blog venerdì scorso in cui ha espresso una posizione netta: il processo di approvazione governativa per i modelli di IA, ha scritto, “non dovrebbe diventare la norma a lungo termine”. Una dichiarazione che è insieme un allineamento di fatto alla situazione attuale e un tentativo di prendere le distanze da un futuro in cui ogni modello debba passare sotto le forche caudine di Washington. OpenAI ha anche limitato il rilascio di GPT-5 e GPT-6 dopo una richiesta governativa, il che dice molto su quanto questa dinamica sia già interiorizzata. La presa di posizione di OpenAI è il sintomo di un equilibrio instabile: le aziende accettano il vincolo presente ma non vogliono che diventi permanente. La domanda è se, una volta costruito il meccanismo, si possa davvero tornare indietro.
L’inedita alleanza: OpenAI e Anthropic, rivali sotto lo stesso cappello
Forse l’effetto più sorprendente di questa vicenda non è tecnologico né geopolitico, ma competitivo. Fino a poche settimane fa, OpenAI e Anthropic erano rivali dichiarati, impegnati in una corsa senza esclusione di colpi per conquistare quote di mercato e primati tecnici. Oggi rilasciano i loro modelli di frontiera solo a liste di partner approvati dal governo. Lo stesso governo, le stesse liste, lo stesso meccanismo di autorizzazione. I due concorrenti si ritrovano ad abitare lo stesso perimetro normativo, con gli stessi vincoli e, soprattutto, con gli stessi interessi da difendere.
La lettura che ne danno gli analisti è tagliente: OpenAI e Anthropic sono ora nella stessa identica posizione, con gli stessi problemi da affrontare e lo stesso disastro che li attende se falliscono. Non è più una questione di Anthropic contro OpenAI. È una questione di come due aziende che insieme dominano la frontiera dell’IA gestiranno un sistema in cui l’accesso ai loro prodotti non dipende più dal mercato ma da una decisione politica. L’allineamento degli interessi è completo: entrambe hanno bisogno che il meccanismo funzioni senza intoppi, che le liste di partner siano gestite in modo efficiente, che il governo non diventi un collo di bottiglia insostenibile. E entrambe sanno che un fallimento del sistema ricadrebbe su di loro, non su Washington.
Questa convergenza ha un risvolto che sarebbe piaciuto ai grandi teorici della regolamentazione: i controlli all’esportazione, nati per limitare la diffusione incontrollata di tecnologie pericolose, hanno finito per creare un ecosistema in cui i regolatori e i regolati condividono lo stesso destino. Chi resta fuori da questo perimetro — le aziende più piccole, i laboratori di ricerca aperti, i paesi che non hanno un canale privilegiato con Washington — osserva da lontano un mercato che si sta chiudendo. La porta dell’IA di frontiera, per chi non è tra i partner approvati, è già chiusa. E non è chiaro se qualcuno abbia intenzione di riaprirla.
Alla fine di questa sequenza febbrile di decisioni, resta una domanda che non riguarda solo la tecnologia ma la forma stessa del potere nell’era dell’intelligenza artificiale. Non stiamo parlando di chip, di semiconduttori, di componenti fisici che si possono imballare e tracciare. Qui il governo ha spento un modello software, ha interrotto un servizio cloud, ha bloccato un algoritmo. L’ha fatto in nome della sicurezza nazionale, e forse aveva ragione. Ma così facendo ha stabilito un precedente: l’innovazione non corre più su un binario separato dalla politica. Corre sul binario che la politica decide di tenere aperto. E la vera partita, adesso, non si gioca più su chi costruisce il modello migliore. Si gioca su chi può sedersi al tavolo dove si decide il futuro dell’intelligenza artificiale.




