Il contributo copre fino al 50% delle spese, tetto 60mila euro, nel piano da 120 milioni per la rete.

Il gestore del distributore all’angolo ha un conto da fare: continuare con benzina e gasolio oppure investire in colonnine elettriche. Da fine luglio 2026, il contributo previsto dal Ddl concorrenza arriva fino a 60 mila euro per chi sceglie la seconda strada: si può ottenere al massimo il 50% delle spese sostenute per riconvertire l’impianto in una stazione di ricarica di veicoli elettrici o per la produzione di biocarburanti. Per chi decide di non proseguire l’attività nell’impianto convertito è previsto anche un indennizzo aggiuntivo non superiore a 20 mila euro. Ma quanti sono gli impianti coinvolti e quanto vale davvero la partita?

Un parco distributori enorme, un obbligo in arrivo

Per capire se l’assegno basta, serve guardare la fotografia della rete italiana. Già nel 2021 in Italia c’erano circa 22 mila distributori di carburante, il numero più alto tra i 27 Paesi dell’Unione europea; al secondo posto c’era la Germania con circa 14.500. Non è solo una questione di dimensione: significa che il bacino potenziale di impianti da riconvertire è ampio, e che i 120 milioni complessivi della misura vanno distribuiti su una platea molto vasta.

Dall’altro lato c’è un obbligo che avvicina il futuro. Dal 2028 potranno essere autorizzati esclusivamente nuovi impianti che prevedano l’erogazione di almeno un carburante alternativo ai combustibili fossili: chi apre un nuovo distributore dopo quella data dovrà avere almeno una soluzione alternativa. La misura sarà finanziata con 40 milioni per ogni anno, dal 2028 al 2030, attraverso il Fondo dei proventi delle aste di quote di emissione di Co2. E il Ddl prevede anche un obbligo informativo: i titolari dovranno informare gli utenti sulla disponibilità presso i punti vendita di biocarburanti in purezza, biometano per autotrazione e altri carburanti alternativi, come idrogeno ed e-fuel.

Il contributo, però, non è un assegno a fondo perduto senza condizioni. Copre al massimo la metà delle spese sostenute, con un tetto di 60 mila euro. In pratica, il contributo pieno si raggiunge solo con una spesa di almeno 120 mila euro; sotto quella cifra, l’incentivo vale la metà dell’investimento. Per un impianto piccolo, la convenienza dipende quindi da quanto resta a carico del titolare, oltre che dai tempi tecnici dell’intervento. Non è scontato che per tutti gli impianti della rete il passaggio abbia lo stesso senso economico.

Semplificazioni e primi segnali: cosa conviene aspettarsi

La decisione del singolo gestore non dipende solo dal contributo: entrano in gioco burocrazia e tempi di connessione. Il Ddl concorrenza introduce procedure semplificate per la dismissione e conversione delle stazioni di servizio, con l’obiettivo di ridurre tempi e complessità burocratiche e favorire la diffusione di infrastrutture per la mobilità elettrica. In concreto, chi vuole convertire non deve solo trovare i soldi: deve sperare che l’allaccio alla rete non resti un collo di bottiglia.

Su questo fronte qualche segnale positivo c’è, ma va letto con cautela. Già nel terzo trimestre 2025, la percentuale di punti di ricarica installati ma in attesa di allaccio alla rete era scesa al 14%, dal 18% dello stesso periodo del 2024. È un miglioramento, ma significa comunque che circa un punto di ricarica su sette, una volta installato, non è ancora utilizzabile perché non connesso. I tempi di allaccio restano uno dei nodi da sciogliere.

Intanto i grandi operatori si muovono. Eni aveva annunciato l’installazione di oltre 1.000 colonnine di ricarica per veicoli elettrici nelle proprie stazioni di servizio in Italia e all’estero entro la fine del 2025. Per un piccolo gestore, la presenza di player di queste dimensioni è un segnale da osservare: la rete si sta infittendo e la concorrenza crescerà, ma i conti vanno fatti tenendo insieme contributo, burocrazia e tempi di allaccio.

Per chi gestisce un impianto, il momento di valutare la conversione è adesso: il contributo fino a 60 mila euro e le procedure semplificate sono sul tavolo. Per chi guida, la rete di ricarica si sta infittendo. Ma il vero banco di prova restano i tempi di allaccio e la burocrazia, non solo gli incentivi.