L’accordo quadro Consip da 58 milioni in 11 lotti punta a colmare il vuoto di competenze nelle stazioni appaltanti

Da gennaio 2025, per ogni opera pubblica sopra i 2 milioni di euro, il BIM è un obbligo di legge. Ma quante stazioni appaltanti hanno davvero le competenze per gestire modelli digitali, requisiti informativi e processi collaborativi? La risposta sta arrivando, e porta la firma di Consip, che lo scorso 17 giugno ha pubblicato la prima gara nazionale per servizi professionali BIM destinati alla Pubblica Amministrazione: 58 milioni di euro, un accordo quadro suddiviso in 11 lotti geografici pensato per mettere in mano ai RUP gli strumenti che servono. Non è l’unica novità: nei mesi scorsi Consip ha attivato anche gare per energia elettrica, gas e veicoli, per un valore complessivo che supera i 7 miliardi di euro. Ma partiamo dall’inizio.

Il dubbio del RUP: digitale sì, ma chi lo fa?

Mettiamoci nei panni di un responsabile unico del procedimento. Apre il cassetto dei progetti finanziati, ne sceglie uno da 3 milioni, e sa che per legge deve usare metodi e strumenti di gestione informativa digitale — il cosiddetto BIM, Building Information Modelling. Sa anche che, modificato dal D.Lgs. 209/2024, e che dal 1° gennaio 2025 riguarda tutte le opere di nuova costruzione e gli interventi su costruzioni esistenti con costo presunto dei lavori superiore a 2 milioni di euro. La norma è chiara. Quello che non è chiaro è chi, all’interno dell’amministrazione, abbia le competenze per definire i requisiti informativi, coordinare i modelli multidisciplinari, controllare dati e documenti, e gestire digitalmente l’intero ciclo — progettazione, esecuzione, collaudo, manutenzione.

Il problema non è solo italiano. A livello europeo non esiste un approccio unificato per l’implementazione obbligatoria del BIM negli appalti pubblici: lo ha sottolineato già nel novembre 2025 l’EU BIM Task Group, evidenziando come ogni Stato membro stia andando per conto proprio. L’Italia ha scelto la strada dell’obbligo graduale, ispirandosi in parte ai procurement framework britannici, ma il passaggio dalla norma alla pratica resta il vero scoglio. E un RUP lasciato solo con il suo capitolato rischia di trovarsi in difficoltà.

Ma allora, dove trovare le risorse mancanti?

58 milioni, 11 lotti: la risposta di Consip

La risposta è arrivata lo scorso 17 giugno, quando Consip ha pubblicato la prima gara nazionale dedicata ai servizi professionali BIM per la Pubblica Amministrazione. Il valore complessivo è di 58 milioni di euro, con una suddivisione in 11 lotti geografici pensata per coprire tutto il territorio nazionale e avvicinare l’offerta alle esigenze locali. Si tratta di un accordo quadro: uno strumento che permetterà ai RUP e alle stazioni appaltanti di acquisire le competenze necessarie senza dover ogni volta bandire una gara da zero. In pratica, attraverso l’accordo quadro si potranno ottenere servizi per definire i requisiti informativi di un progetto, coordinare modelli multidisciplinari, controllare dati e documenti, e gestire digitalmente l’intero ciclo di vita dell’opera — dalla progettazione all’esecuzione, dal collaudo alla manutenzione.

È un cambio di passo significativo. Finora, le amministrazioni che volevano dotarsi di competenze BIM dovevano arrangiarsi: gare autonome, affidamenti diretti quando possibile, oppure rinunce. Con questo accordo quadro, il processo si standardizza e si semplifica. Il messaggio implicito è che la transizione digitale degli appalti pubblici non può essere lasciata alla buona volontà dei singoli funzionari: serve un’infrastruttura di servizi accessibile e pronta all’uso.

Va detto con onestà: 58 milioni, spalmati su undici lotti e su una platea di migliaia di potenziali utilizzatori, non risolveranno tutto. Ma rappresentano un punto di partenza concreto, e soprattutto mandano un segnale: la pubblica amministrazione centrale ha capito che l’obbligo BIM senza un supporto operativo rischia di restare lettera morta.

Non solo digitale: la PA cambia pelle

La gara BIM non è un’iniziativa isolata. Se si allarga lo sguardo alle altre mosse recenti di Consip, emerge un disegno più ampio di trasformazione degli acquisti pubblici verso efficienza e sostenibilità.

A marzo di quest’anno è stata pubblicata la nuova gara per il Servizio Integrato Energia destinata alle amministrazioni locali, con un valore di oltre 1,4 miliardi di euro. Per l’energia elettrica, Consip ha pubblicato una gara da 3,1 miliardi di euro, per un volume superiore a 18 TWh, di cui 2.500 GWh da fonti rinnovabili. Nell’ottobre 2025 era stato attivato il contratto per la fornitura di gas naturale, da 1,1 miliardi. E a gennaio 2026 è stato pubblicato il nuovo Bando Veicoli del Sistema Dinamico di Acquisto della PA, con appalti pubblicabili fino a 2 miliardi di euro.

Messe in fila, queste cifre raccontano una pubblica amministrazione che sta provando a cambiare pelle su più fronti contemporaneamente: edilizia digitale, energia, mobilità. Non sono operazioni simboliche: sono gare aperte, contratti attivati, strumenti che le amministrazioni possono già utilizzare. Il dato comune è la ricerca di economie di scala e di standardizzazione, due leve che nel pubblico hanno un impatto diretto sui tempi e sui costi che poi ricadono su cittadini e imprese.

Per le stazioni appaltanti, il momento di muoversi è ora: gli strumenti ci sono, le gare sono aperte, e la transizione — digitale ed energetica — non aspetta. La domanda non è più se adeguarsi, ma con quali tempi e con quali partner. L’accordo quadro BIM è uno di questi. Usarlo o meno, adesso, dipende solo da chi sta dalla parte del cassetto dei progetti.