Una media che pesa prima ancora della costruzione, quando l’impianto non ha generato energia

A cinque mesi dallo studio sulla visione artificiale per il monitoraggio delle energie rinnovabili marine, il dato che resta impresso è un altro: per otto progetti che riportano i costi completi, la conformità ambientale per le autorizzazioni ha pesato in media il 14,6% del costo totale. Un numero che non compare nelle prime righe dei comunicati, ma che in realtà è il filo conduttore di tutta la vicenda.

Il 14,6% nascosto nei bilanci

Per otto progetti che riportano i costi completi, dall’avvio fino al rilascio del permesso FERC o USACE, la media è del 14,6%. Non un caso isolato, non un valore di picco: un valore medio. Rispetto a cosa? Al costo totale del progetto, dalla progettazione al rilascio del permesso. Rispetto a quando? Alla fase che precede la costruzione, quando l’impianto non ha ancora generato un solo chilowattora. Va letto con cautela — il campione è piccolo — ma è il dato più concreto disponibile su quanto pesi la conformità ambientale. In un settore come quello dell’energia marina, dove ogni punto percentuale di costo conta per la bancabilità di un impianto, quasi il 15% assorbito dalla sola conformità per le autorizzazioni è un peso strutturale, non un incidente di percorso.

Il dato ha una spiegazione precisa. La conformità non è un adempimento burocratico che si aggiunge a fine progetto: è il presupposto per progettare le misure di mitigazione e compensazione. E quella progettazione, come spiega uno studio pubblicato su Scientific Reports, dipende dalla differenza tra le condizioni di base e l’ambiente impattato. Non si può mitigare ciò che non si è misurato, e non si può misurare senza un punto di partenza.

In altre parole: senza linea di base non c’è mitigazione credibile; senza mitigazione credibile non c’è permesso; senza permesso non c’è progetto. Il 14,6% non è una voce accessoria: è il costo di sapere com’era l’ambiente prima del disturbo. Se il costo è così alto, cosa lo rende inevitabile? La risposta sta nella scienza della baseline.

La baseline: obbligo scientifico, non scelta

La domanda che segue il dato è semplice: perché monitorare costa tanto? La risposta è metodologica prima che economica. Per valutare gli effetti ecologici dei dispositivi di energia marina rinnovabile è necessario stabilire una linea di base delle condizioni dell’ambiente prima del disturbo e continuare a osservare durante installazione, esercizio, manutenzione e smantellamento. Non è una scelta dei progettisti: è il metodo scientifico applicato all’autorizzazione. Il monitoraggio non è un’istantanea, è una serie temporale: serve prima per sapere da dove si parte, serve durante per capire se qualcosa cambia, serve dopo per verificare se le previsioni erano corrette.

Lo stato dell’arte è riassunto nel rapporto OES-Environmental 2024 State of the Science Report, pubblicato nel 2024, che fa il punto sugli effetti ambientali dello sviluppo dell’energia marina rinnovabile nel mondo. Il confronto non è tra il progetto e il nulla: è tra il progetto e ciò che c’era prima. Questo confronto richiede tempo, campagne di rilevamento ripetute, personale, strumenti. E richiede che i dati siano confrontabili nel tempo, il che allunga i tempi e fa accumulare i costi.

Resta un collo di bottiglia operativo: servono strumenti per osservare in modo continuo e a costi accettabili. È qui che entra la visione artificiale.

Visione artificiale: il collo di bottiglia diventa algoritmo

Dalla necessità scientifica si passa alla leva tecnologica: se osservare costa troppo, si può automatizzare? Lo studio sulla visione artificiale arrivato cinque mesi fa dice di sì. Un approccio automatizzato facilitato dall’intelligenza artificiale fornisce ai gestori della conservazione uno strumento che può ridurre i colli di bottiglia del monitoraggio e i costi di lungo periodo.

La logica è chiara: dove oggi servono campagne sul campo costose e discontinue, l’automazione promette osservazione più frequente a costi contenuti. Il collo di bottiglia non è la quantità di dati richiesta, ma il costo marginale di ogni osservazione aggiuntiva. Se la visione artificiale abbassa quel costo marginale, cambia l’equazione economica dell’intera conformità.

Ma la domanda resta aperta: basterà a far scendere quel 14,6%? Diffidare dei record annunciati: qui l’efficacia si misurerà su un numero, non su un comunicato. Il prossimo dato da monitorare è la quota dei costi ambientali nei progetti che adotteranno questi strumenti. Solo il confronto con i progetti che non li adottano dirà se il risparmio è reale o se la conformità continuerà a pesare per ragioni che con la tecnologia c’entrano solo in parte.

Il numero da tenere d’occhio nei prossimi mesi è ancora quel 14,6%. Se la visione artificiale non lo farà scendere, il collo di bottiglia non è tecnologico ma procedurale.