BloombergNEF: le prime quattro aziende mondiali sono cinesi, con prezzi inferiori del 50%

Fino al 50% in meno. Non è uno sconto, ma il vantaggio di prezzo con cui i produttori cinesi di turbine eoliche possono battere i listini europei. Lo ha calcolato Gerben Hieminga, economista dell’energia di ING. E, come segnala Windpower Monthly, il problema non si risolve semplicemente con una fusione tra campioni occidentali: Christian Bruch, CEO di Siemens Energy, ha ammesso in un’intervista a EnergyWatch che «siamo in un mercato in cui i concorrenti cinesi stanno entrando massicciamente e non possiamo battere i loro prezzi per quanto riguarda i costi degli asset».

Il podio è tutto cinese

Il vantaggio di prezzo è solo il sintomo più visibile: la classifica mondiale racconta una storia più radicale. Secondo BloombergNEF, la Cina continentale ha rappresentato sei dei primi dieci produttori di turbine al mondo. E non è solo una presenza diffusa: per la prima volta dal 2013, anno in cui BNEF ha iniziato a pubblicare la classifica, i primi quattro posti sono stati occupati esclusivamente da aziende della Cina continentale. Questo significa che, per volume di installazioni, i produttori cinesi non sono più inseguitori ma occupano la parte alta del mercato.

Come fanno i produttori cinesi a essere così competitivi? La risposta non sta nella tecnologia, o almeno non solo. Sta nei numeri del denaro pubblico. Ed è qui che il quadro si fa ancora più netto: non si tratta di un vantaggio marginale, ma di un divario strutturale che si è accumulato in due decenni.

Tre-otto volte tanto

Secondo Gerben Hieminga, economista dell’energia di ING, i produttori cinesi possono battere i prezzi europei fino al 50%, principalmente grazie al sostegno statale. Lo ha detto in un’analisi pubblicata da Fortune, che riporta anche un dato chiave: tra il 2005 e il 2024 le aziende cinesi hanno ricevuto in media da tre a otto volte più sostegno statale rispetto alle imprese dei paesi OCSE. In altre parole, per ogni euro di aiuto pubblico incassato da un’azienda occidentale, una concorrente cinese ne ha incassati da tre a otto. Non è una differenza di efficienza: è una differenza di risorse pubbliche messe in campo.

Il punto non è se questo sostegno sia legittimo o meno, ma che cosa significa per i prezzi. Con costi di produzione sostenuti in questo modo, i produttori cinesi possono offrire turbine a metà prezzo rispetto ai concorrenti europei senza dover rinunciare ai margini. Questo spiega perché, come ha ammesso Bruch, «non possiamo battere i loro prezzi»: non è una questione di volontà, ma di aritmetica.

Una fusione già in ritardo

La fusione tra Siemens Wind Power e Gamesa ha ricevuto l’approvazione incondizionata dalle autorità antitrust europee. Tutte le approvazioni nelle giurisdizioni richieste sono state ottenute e tutte le condizioni sospensive per la fusione sono state soddisfatte. Si tratta di una notizia positiva per il consolidamento occidentale, ma va letta nel contesto appena descritto: l’Unione europea approva senza condizioni una fusione tra campioni occidentali mentre la concorrenza cinese avanza grazie a un sostegno statale fino a otto volte superiore e ha già occupato i primi quattro posti della classifica mondiale.

Il paradosso è evidente. Da un lato, l’antitrust europeo dà il via libera senza imporre condizioni; dall’altro, il vantaggio di prezzo del 50% documentato da Hieminga resta intatto. Una fusione può creare economie di scala, ma difficilmente può colmare un divario di prezzo così ampio. La domanda non è se la fusione Siemens-Gamesa sia stata approvata, ma se basterà a rendere i produttori occidentali competitivi.

Il numero da tenere d’occhio non è la quota di mercato cinese, ma il divario di prezzo: finché resterà al 50%, ogni fusione europea rischia di essere solo un’operazione difensiva.