I nuovi standard obbligatori fissano soglie minime di efficienza e potenza per i moduli solari
Un modulo solare con efficienza inferiore al 23,2 per cento? Dal 1° gennaio 2027 in Cina sarà fuori legge. La soglia sembra modesta — molti pannelli in commercio la superano già — ma per l’industria che da due anni si scanna sui prezzi è il colpo di grazia per la capacità più vecchia e inefficiente. Lo scorso 27 giugno il governo cinese ha pubblicato tre standard nazionali obbligatori sul consumo energetico e l’efficienza nel settore fotovoltaico. I numeri disegnano una linea netta tra chi resta e chi esce dal mercato.
Il pavimento di cristallo
Gli standard, identificati con le sigle GB 47834-2026, GB 29447-2026 e GB 47835-2026, fissano per la prima volta soglie minime di efficienza vincolanti per legge. Per i moduli TOPCon e a eterogiunzione (HJT) il grado minimo di efficienza — il cosiddetto Grade 3 — è del 23,2 per cento. Per i moduli back-contact (BC) la soglia sale al 23,5 per cento. Sono valori già superati dalla maggior parte dei produttori di punta: un modulo TOPCon standard oggi si aggira tra il 23,5 e il 24 per cento. Ma c’è un secondo paletto, forse più severo: dal 2027 qualsiasi modulo con potenza inferiore a 630 watt sarà vietato dalla vendita commerciale in Cina, come ha ricostruito un’analisi di PV Tech.
Il messaggio è chiaro: chi non raggiunge questi parametri esce dal mercato. Non si tratta di raccomandazioni o linee guida volontarie, ma di standard obbligatori. La data di entrata in vigore — 1° gennaio 2027 — concede all’industria poco più di cinque mesi per adeguarsi. Per le linee produttive più datate, quelle che sfornavano moduli da 500-550 watt con efficienze sotto il 22 per cento, non c’è adeguamento possibile: vanno semplicemente spente.
La resa dei conti dopo due anni di eccessi
Perché Pechino impone proprio ora queste barriere? La risposta sta in due anni di prezzi in caduta libera. Gli standard seguono un periodo di «grave sovraccapacità e concorrenza a basso prezzo lungo tutta la filiera manifatturiera cinese del fotovoltaico», scrive pv magazine. Negli ultimi due anni la Cina ha prodotto molto più di quanto il mondo potesse assorbire, innescando una guerra dei prezzi che ha devastato i margini di tutti i produttori. Il prezzo dei moduli è sceso sotto i costi di produzione di molte aziende, ma la capacità produttiva ha continuato a espandersi.
Già a novembre 2024 il Ministero dell’Industria e dell’Informazione cinese aveva pubblicato linee guida riviste per il settore fotovoltaico. Erano però indicazioni non vincolanti — una sorta di invito all’autodisciplina che, stando all’evoluzione del mercato nei mesi successivi, non ha funzionato. Secondo Wood Mackenzie, quelle linee guida miravano a scoraggiare l’espansione indiscriminata della capacità e a promuovere un consolidamento. Ma senza obblighi di legge, la corsa alla quota di mercato è proseguita. Ora lo Stato interviene con standard obbligatori proprio per forzare quel consolidamento che le raccomandazioni non erano riuscite a ottenere.
Il meccanismo è semplice: alzando l’asticella tecnica, si elimina la capacità produttiva meno efficiente senza doverla nominare esplicitamente. Non si dice «chiudete le fabbriche più vecchie» — si dice «dal 2027 i moduli sotto i 630 watt non si vendono». Chi ha linee produttive che non raggiungono quegli standard è automaticamente fuori. È un intervento che colpisce soprattutto i produttori più piccoli, quelli che competevano solo sul prezzo e che non hanno investito in tecnologie di nuova generazione come TOPCon, HJT o back-contact. Il risultato atteso è una riduzione della capacità installata cinese, con un conseguente riequilibrio — almeno parziale — tra domanda e offerta globale.
Il mondo risponde
Con oltre l’80 per cento della catena di approvvigionamento globale dei pannelli solari in mano cinese — stima dell’Agenzia Internazionale dell’Energia citata in un’inchiesta del New York Times dell’aprile 2025 — ogni scossa a Pechino si propaga nei mercati internazionali. Le reazioni alla mossa cinese non possono essere lette fuori dal contesto delle tensioni commerciali in corso. Nell’aprile dello scorso anno gli Stati Uniti hanno annunciato dazi fino al 3.521 per cento sulle importazioni di pannelli solari da quattro paesi del Sud-est asiatico, dopo un’indagine partita nella primavera del 2024 su richiesta di grandi produttori americani che chiedevano all’amministrazione Biden di proteggere le loro attività, come documentato dalla BBC in un reportage dello stesso periodo. La stretta qualitativa cinese potrebbe inasprire le accuse di dumping — offrendo moduli più efficienti ma sempre a prezzi che i produttori occidentali faticano a sostenere — oppure, paradossalmente, fornire a Pechino l’argomento di un solare «di qualità» da contrapporre alle barriere tariffarie.
Da gennaio 2027 la vera cifra da seguire non sarà il 23,2 per cento o i 630 watt, già ampiamente superati dai leader di mercato. Sarà piuttosto il numero dei gigawatt di vecchia capacità che scompariranno dalla rete produttiva cinese — e quanto questa contrazione spingerà al rialzo i prezzi globali dei moduli. Dopo due anni di discesa, anche un rimbalzo modesto cambierebbe l’economia dei progetti solari in tutto il mondo.




