La revoca dei fondi federali ha seguito la geografia elettorale, colpendo i sedici stati
È passato quasi un anno da quando il Dipartimento dell’Energia ha revocato il suo impegno contrattuale di fornire fino a 1,2 miliardi di dollari in finanziamenti federali per ARCHES, l’hub dell’idrogeno rinnovabile della California. Una decisione che, secondo l’annuncio del governatore Gavin Newsom, minacciava oltre 200.000 nuovi posti di lavoro e un programma che avrebbe dovuto far risparmiare quasi 3 miliardi di dollari all’anno in costi sanitari.
Ma il numero che non smette di bruciare è un altro: 7,6 miliardi di dollari cancellati, 223 progetti, 16 stati. Tutti, senza eccezione, votati per Kamala Harris. Non è una coincidenza: è la geografia elettorale del taglio.
La scure selettiva: 16 stati, tutti dem
Per capire cosa è successo ad ARCHES bisogna allargare lo sguardo. Come ha ricostruito l’Associated Press, l’amministrazione Trump ha cancellato 7,6 miliardi di dollari in sovvenzioni che sostenevano centinaia di progetti di energia pulita in 16 stati, tutti votati per la candidata democratica Kamala Harris alle elezioni presidenziali del 2024.
A dare l’annuncio dei tagli è stato il direttore dell’OMB, l’ufficio di gestione e bilancio, Russell Vought. Le sue parole non lasciano spazio a dubbi: «i soldi per alimentare l’agenda climatica della sinistra vengono cancellati».
Lo stesso schema è stato denunciato dai senatori Alex Padilla e Adam Schiff. Secondo la loro lettura, l’eliminazione integrale dei fondi federali per ARCHES rientra in tagli per oltre 7,5 miliardi di dollari in finanziamenti per progetti di energia pulita e clima, esclusivamente negli stati che Trump non ha vinto nelle elezioni del 2024.
Non una revisione tecnica dei progetti, insomma, ma una mappa di intervento che ricalca quella elettorale. E tra i 223 progetti colpiti emerge proprio ARCHES, il caso californiano che incarna il paradosso di una politica che punisce chi è più avanti.
ARCHES: il paradosso di una California leader
ARCHES non era un progetto qualsiasi. Il Dipartimento dell’Energia lo aveva selezionato il 13 ottobre 2023 per negoziare fino a 1,2 miliardi di dollari in finanziamenti federali per l’hub dell’idrogeno rinnovabile della California. E il 17 luglio 2024 era diventato il primo hub a firmare un accordo di cooperazione con il DOE: il più grande di questo tipo nella storia del dipartimento.
Il paradosso è qui. La California — che nel 2023 era alimentata per due terzi da energia pulita, la più grande economia al mondo a raggiungere questo livello secondo i dati citati dall’ufficio di Newsom — ha perso il finanziamento federale più grande mai negoziato per l’idrogeno. Non perché il progetto fosse debole. Al contrario: era il primo, quello che aveva già firmato, quello con la struttura più solida.
L’amministratrice delegata di ARCHES, Angelina Galiteva, ha quantificato il danno: il progetto avrebbe creato 220.000 posti di lavoro americani. La revoca dei fondi federali, nella sua ricostruzione, non è un semplice aggiustamento di bilancio: è l’interruzione di un programma industriale già avviato.
La cancellazione è stata confermata anche da quanto riportato dal Washington State Standard, che ha dato conto del taglio dell’hub californiano insieme alle decisioni sugli altri progetti idrogeno del Paese.
Restano senza risposta le domande sui 220.000 posti promessi e sul futuro dell’idrogeno in uno stato che aveva puntato tutto su questo vettore. La California leader dell’energia pulita si trova ora a dover fare i conti con la perdita del suo strumento più ambizioso.
Cosa resta aperto: posti di lavoro, fondi, sequestro
Se il paradosso è chiaro, le conseguenze non lo sono affatto. La revoca non chiude la partita: apre un fronte di incertezza su finanziamenti, occupazione e strategia industriale.
Trump aveva già dichiarato di voler recuperare, o «sequestrare», i fondi della legge sulle infrastrutture. Una minaccia che, incrociata con la cancellazione di ARCHES, trasforma il caso californiano in un banco di prova. Chi aveva già investito sulla promessa dell’idrogeno? Chi risponderà dei 220.000 posti di lavoro annunciati e ora in bilico?
A quasi un anno dalla revoca, la domanda non è se quei posti di lavoro spariranno, ma chi pagherà il prezzo politico ed economico di un taglio che ha seguito la mappa elettorale invece della mappa delle emissioni.



