Il fotovoltaico corre, ma la burocrazia frena impianti già pronti a produrre

Marco ha un capannone in provincia di Foggia e una bolletta elettrica che da mesi non accenna a scendere. A gennaio ha chiesto il permesso per montare i pannelli solari sul tetto: 60 chilowatt appena, il classico impianto che in quattro-cinque anni si ripaga e poi va in guadagno. Siamo a luglio e aspetta ancora il via libera. Non lo ferma la tecnologia, non lo fermano i costi: lo ferma la sequenza infinita di verifiche paesaggistiche, pareri della Soprintendenza, silenzi dell’ufficio tecnico comunale.

Quella di Marco non è una storia isolata. È il volto quotidiano di un paradosso che da Nord a Sud imbarazza la transizione energetica italiana: mentre il fotovoltaico corre più veloce di qualsiasi altra fonte, la crescita del solare in Italia continua a sbattere contro muri di carta. L’ultimo rapporto di GlobalData scatta una fotografia netta: il Paese ha fame di elettricità, il solare è la risposta più rapida, ma i colli di bottiglia amministrativi rischiano di trasformare un’opportunità in una beffa.

L’illusione del pannello fai-da-te

Chiunque abbia provato a muoversi tra moduli unici e dichiarazioni di inizio attività sa che la parte difficile non è comprare i pannelli. È ottenere il diritto di posarli. Restrizioni di zonizzazione regionale, norme di protezione del patrimonio, valutazioni ambientali che si accavallano: lo spiega con freddezza l’analista di GlobalData Attaurrahman Ojindaram Saibasan, indicando proprio questi strati burocratici come il freno principale in molte delle aree con il più alto potenziale di irraggiamento. In Puglia, terra di sole e di capannoni come quello di Marco, il vincolo paesaggistico può allungare i tempi di mesi, a volte di anni, anche per impianti che non consumano suolo e si limitano a coprire una superficie già edificata.

Il risultato è che l’idea del pannello fai-da-te, quella che in tanti immaginano come una risposta immediata al caro-bolletta, si scontra con una realtà fatta di carte, scadenze sforate e silenzi amministrativi. E se la frustrazione del singolo è già un segnale, il problema diventa sistemico quando si guarda a quanto velocemente il Paese dovrebbe muoversi.

La corsa del solare e i suoi freni

Quei muri di carta diventano ancora più paradossali se si leggono i numeri. Secondo le proiezioni di GlobalData, il consumo di elettricità in Italia passerà da 292,2 terawattora del 2025 a 311,1 TWh nel 2030. Non è un aumento da poco: vuol dire più fabbriche che vanno, più climatizzatori accesi d’estate, più veicoli elettrici da ricaricare. E il solare fotovoltaico è esattamente il segmento di generazione che sta crescendo più in fretta, con una spinta che nessun’altra tecnologia rinnovabile riesce a tenere. Ma la corsa dei pannelli rischia di restare col freno tirato se non si sciolgono due nodi: la rete e i permessi.

Per gestire i vincoli di una infrastruttura elettrica che in certe ore del giorno non sa più dove mettere l’energia prodotta, l’industria sta spostando l’attenzione sui progetti ibridi: impianti che abbinano solare o eolico con sistemi di accumulo. È l’unico modo, rileva ancora GlobalData, per ridurre il rischio di dover spegnere gli impianti quando la produzione supera la domanda locale. Nel frattempo il gas naturale, che per decenni ha fatto da cuscinetto accendendosi quando il sole calava, perde progressivamente peso: le politiche di decarbonizzazione e la penetrazione delle rinnovabili lo stanno lentamente spingendo ai margini del mix elettrico.

Senza un’accelerazione vera sulle autorizzazioni, senza regole chiare per l’accesso alla rete e senza investimenti consistenti nello stoccaggio, il rapporto mette in guardia: l’Italia rischia ritardi a catena, costi più alti per tutti e problemi di affidabilità proprio nei momenti di picco della domanda. Tradotto per Marco e per chi come lui ha già deciso di investire: il sole può anche splendere sul tetto, ma se l’iter resta bloccato al Comune quei pannelli resteranno in magazzino.

Scegliere oggi, con i piedi per terra

Se i colli di bottiglia non si risolveranno in tempi brevi — e nessuno può prometterlo — cosa può fare oggi un’impresa o una famiglia che vuole investire nell’energia solare? La prima risposta, suggerita dai dati, è mettere l’accumulo al centro del progetto. I sistemi ibridi che abbinano fotovoltaico e batterie stanno guadagnando slancio non per una moda tecnologica, ma per una necessità concreta: evitare che l’energia autoprodotta venga sprecata quando la rete locale non riesce ad assorbirla. In termini pratici, significa che l’impianto va dimensionato pensando già da subito a quanta elettricità si consumerà nelle ore serali o in inverno, quando il sole non basta.

La seconda è smontare l’illusione della rapidità. Chi oggi decide di installare i pannelli farebbe bene a mettere in conto, accanto alle spese per moduli e inverter, anche un tempo fisiologico di attesa che in molte regioni si misura in mesi, non in settimane. Non è un invito alla rassegnazione, ma al realismo: la transizione energetica non è in discussione, ma la sua velocità dipende da quanto siamo capaci di prevedere gli ostacoli, non solo di sognare i pannelli. E in attesa che la politica sciolga quei nodi, la scelta più intelligente è attrezzarsi di batterie e di un pizzico di pazienza.

Il sole in Italia non manca, ma la strada per usarlo è ancora più lunga della luce. Marco lo sa, da Foggia a luglio, mentre aspetta un timbro che potrebbe cambiare i conti della sua azienda. E sa anche che, quando finalmente quel timbro arriverà, dovrà essere pronto a immagazzinare tutta l’energia che il sole regala, perché la rete, da sola, non sempre potrà seguirla.