Il consumo di elettricità in Svezia è destinato a raddoppiare entro il 2045, spinto da data center e industria

Se la bolletta della luce ti sembra più pesante del solito, non è solo un’impressione. A Stoccolma e Uppsala, nei prossimi anni, il fabbisogno di energia elettrica crescerà rispettivamente del 40% e del 30%. E la scorsa settimana, mentre il governo svedese cercava di accelerare sull’eolico offshore, da Bruxelles è arrivata una notizia che potrebbe rallentare tutto: la Commissione europea ha aperto un’indagine sulla fusione tra Saipem e Subsea7.

Fame di elettricità

I numeri fanno impressione. Secondo i dati diffusi la scorsa settimana da Skyborn, il consumo di elettricità in Svezia è destinato a raddoppiare entro il 2045. Non si tratta di una previsione astratta: è già in atto. Nelle regioni di Uppsala e Stoccolma, dove abita circa un quinto della popolazione svedese, la domanda salirà di circa il 30% e il 40%. Per avere un’idea concreta, se oggi spendi 100 euro al mese per la corrente, tra qualche anno potresti arrivare a 140 euro solo per far fronte allo stesso stile di vita – e questo prima ancora di considerare l’inflazione o le oscillazioni del mercato. Non è una questione che tocca solo le aziende o le industrie energivore: riguarda famiglie, negozi, uffici.

La corsa dei consumi è spinta dall’elettrificazione dei trasporti, dai data center e dall’industria pesante che abbandona i combustibili fossili. Un bene, certo, ma che richiede infrastrutture nuove e molta più capacità produttiva. La domanda che tutti si pongono, in Svezia come altrove, è se i parchi eolici annunciati basteranno a colmare il divario.

Le scelte del governo

Lo scorso 16 luglio, il governo svedese ha messo sul piatto alcune risposte concrete. Ha concesso il via libera a tre parchi eolici offshore: due nel Kattegat e uno nello Skagerrak meridionale. Tra questi, i più significativi sono Fyrskeppet, proposto proprio da Skyborn nel sud del Mar di Botnia, e Vidar. L’annuncio ufficiale ha fissato una scadenza: i nuovi impianti dovranno essere completati entro il 2036, dieci anni esatti da oggi.

Ma la notizia non è solo positiva. Nello stesso giorno, l’esecutivo ha respinto undici progetti eolici offshore, tra cui Eystrasalt e Polargrund, sempre di Skyborn. I motivi ufficiali vanno dalle interferenze con le rotte di navigazione alle preoccupazioni per la difesa nazionale. In pratica, per ogni parco approvato ce ne sono quasi quattro bocciati. Un segnale che la strada verso il raddoppio della produzione non sarà né lineare né veloce.

E c’è un altro nodo. Skyborn ha chiarito, nel comunicato che accompagnava l’approvazione di Fyrskeppet, che per passare dalla carta ai cantieri serviranno meccanismi statali di condivisione del rischio: i cosiddetti contratti alle differenze (CfD) o strumenti simili. In sostanza, lo sviluppatore chiede una garanzia pubblica sul prezzo dell’energia prodotta, per proteggersi dalle oscillazioni del mercato e ottenere i finanziamenti. Senza questo genere di sostegno, il progetto rischia di restare sulla carta. Un paradosso: il governo dice sì all’eolico, ma non fornisce ancora le condizioni di mercato per renderlo realizzabile.

Per i cittadini e le imprese svedesi, la questione è tutt’altro che astratta. Se i parchi non entreranno in funzione per tempo, la domanda crescente continuerà a premere sui prezzi, e la bolletta potrebbe diventare il termometro di una transizione che arranca. E mentre Stoccolma prova a mettere ordine tra permessi e sussidi, un’altra partita si gioca molto più a sud.

L’ombra di Bruxelles

Nello stesso giorno dell’annuncio svedese, la Commissione europea ha comunicato l’apertura di un’indagine approfondita sulla fusione tra Saipem e Subsea7, due colossi della costruzione di infrastrutture sottomarine. L’operazione, se andasse in porto, creerebbe un gigante capace di condizionare la fornitura di servizi per l’eolico offshore. Bruxelles teme un danno alla concorrenza e un aumento dei costi per gli sviluppatori.

Perché questo dovrebbe preoccuparci, anche se abitiamo a centinaia di chilometri dalla Scandinavia? Perché un eventuale rallentamento dell’indagine, o un possibile blocco della fusione, potrebbe restringere la platea di aziende in grado di costruire i parchi eolici, allungando i tempi e facendo lievitare i preventivi. In un settore dove le commesse valgono miliardi e le scadenze sono già stringenti, ogni incertezza si traduce in un costo aggiuntivo che, prima o poi, si riflette sulla bolletta di tutti.

La transizione energetica non è fatta solo di pale piantate in mezzo al mare. È fatta anche di regole, concorrenza e scelte prese a migliaia di chilometri di distanza. Il tuo ruolo? Restare informato e prepararti a un mercato in evoluzione.