La produzione italiana punta a crescere di dieci volte entro il 2030
Mentre i prezzi del gas oscillano su e giù, in Sicilia due aziende agricole hanno cominciato a raccogliere qualcosa di nuovo: non arance o grano, ma metano pulito dai loro stessi scarti. Nei giorni scorsi, la piattaforma di investimento Draycott ha rilevato la quota di controllo di due società veicolo titolari di progetti di produzione di biometano in Sicilia, lasciando Iron R.E. come socio di minoranza. Ciascuno dei due impianti avrà una capacità produttiva di 500 Smc/h, che tradotto significa abbastanza gas per alimentare qualche migliaio di famiglie all’anno, ricavato da residui agricoli e reflui zootecnici che altrimenti sarebbero un costo da smaltire.
Non è fantascienza: nei digestori il letame, gli sfalci e i sottoprodotti agroindustriali fermentano, producono biogas grezzo e, una volta raffinato, diventano biometano identico a quello fossile, pronto per essere immesso nella rete nazionale. Ma dietro a quei silos e digestori c’è un movimento di capitali che sta ridisegnando la mappa energetica italiana, e i due impianti siciliani non sono che la punta di un iceberg finanziario e industriale molto più vasto.
La scommessa da miliardi sul metano verde
Draycott non è una sigla qualunque. È la piattaforma controllata da Azora Capital, un gestore spagnolo che in Italia ha già sette progetti di biometano, tra cui la conversione di tre impianti in provincia di Cremona e due progetti greenfield a Trapani pensati per utilizzare scarti agricoli e zootecnici. A giugno, sempre in provincia di Cremona, Draycott ha acquisito un impianto già attivo a Moscazzano dall’Azienda Agricola Bertesago, segno che la piattaforma guarda tanto ai nuovi impianti quanto a quelli da riconvertire.
E non è la sola. Nelle stesse settimane, la piattaforma CH4T – partecipata da Suma Capital attraverso il suo fondo Sc Infra – ha rilevato un progetto di biometano con capacità di 499 Smc/h a Lanciano, in Abruzzo, sempre da Iron R.E. La corsa è alimentata da una leva pubblica che pochi conoscono: il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha mobilitato 1,9 miliardi di euro per il biometano, offrendo contributi fino al quaranta per cento degli investimenti e tariffe incentivanti garantite per quindici anni. Un orizzonte stabile che piace ai fondi, perché riduce il rischio e permette di pianificare su un arco temporale che nessun mercato energetico da solo offrirebbe.
I numeri danno la misura del potenziale. Secondo gli obiettivi del Pniec, la produzione italiana di biometano – fine 2023 ferma a 590 milioni di metri cubi, pari a 6,3 TWh – potrà raggiungere 5,7 miliardi di metri cubi entro il 2030. Un balzo di quasi dieci volte che richiederà decine di impianti distribuiti sul territorio, mettendo in concorrenza piattaforme di investimento, fondi sostenibili e cooperative agricole. E chi ancora pensa che sia solo finanza, i numeri raccontano una storia diversa: per fare 5,7 miliardi di metri cubi servono tonnellate di scarti veri, raccolte da imprenditori agricoli veri, lavorate in impianti che hanno bisogno di tecnici, manutentori e accordi di fornitura con i proprietari dei terreni.
Cosa c’entra con la nostra bolletta
Allora, questo fermento resta chiuso nei bilanci delle società o arriva fino a noi? Una parte arriva, ma con tempi lunghi. Il biometano immesso in rete sostituisce una quota di gas importato, e in un paese che consuma circa 70 miliardi di metri cubi all’anno, ogni miliardo in più prodotto internamente alleggerisce la pressione sui prezzi all’ingrosso, specie quando le quotazioni del Ttf fanno i capricci. Per un’azienda agricola, portare i propri scarti a un digestore può trasformare un costo di smaltimento in una voce di ricavo, mentre per chi investe direttamente in un impianto i conti, con gli incentivi attuali, possono chiudersi in una decina d’anni. Per il cittadino che paga la bolletta, però, l’effetto immediato è impercettibile: il biometano non è ancora abbastanza per spostare le sorti del mercato del gas, e lo sarà solo quando la produzione supererà una massa critica.
Detto in modo onesto: non conviene a tutti. Un digestore di taglia medio-grande richiede investimenti che partono da qualche milione di euro, un bacino di approvvigionamento stabile e una distanza non eccessiva dalla rete nazionale, altrimenti il gioco non vale la candela. Ma per chi ha un’azienda zootecnica che produce reflui tutto l’anno, o per una cooperativa agricola con centinaia di ettari di colture dedicate, diventare socio di un progetto di biometano può essere una decisione sensata, perché offre una rendita di lungo periodo senza dover diventare un trader di energia.
Il biometano non è più una promessa da laboratorio: è una filiera che sta cercando agricoltori, tecnici e territori. Forse, la prossima volta che vedrete un campo incolto, vi chiederete se potrebbe diventare la vostra prossima fonte di energia.




