Il piano da quasi due miliardi del PNRR spinge gli investimenti, ma i volumi immessi in rete restano ancora marginali

Dalla stalla alla rete: l’impianto di Cremona

Immaginate un allevatore della provincia di Cremona, uno di quelli che ogni giorno deve far quadrare i conti fra mangime, latte e spese di smaltimento dei reflui. Fino a ieri quella del letame era una voce di costo, una partita che si chiudeva sempre in perdita. Oggi non più: quel materiale può essere trasformato in biometano, immesso direttamente nella rete del gas e diventare una fonte di guadagno, riducendo allo stesso tempo le emissioni dell’azienda. Non è uno scenario futuristico: è esattamente quello che sta accadendo grazie a un impianto finanziato nelle scorse settimane proprio in provincia di Cremona.

A fine luglio, BCC Banca Iccrea e Credito Padano BCC hanno annunciato il project financing per un impianto di biometano che sorgerà nel territorio cremonese. L’operazione, curata da Elevion Italy – società del gruppo tedesco Elevion – riguarda un impianto con una capacità produttiva di 900 Sm3/h, cifra già riportata da Hydronews. L’impianto è stato ammesso al 4° bando del Decreto Biometano, nell’ambito del PNRR, il che significa che potrà contare su un incentivo pubblico per l’immissione del gas nella rete. Per l’allevatore della zona, tutto questo si traduce in un cambio di prospettiva: non più rifiuti da smaltire a pagamento, ma una materia prima da conferire a un impianto vicino, con un ritorno economico e una minore pressione ambientale.

Ma un singolo impianto, per quanto ben costruito e utile al territorio, non risolve da solo il problema della decarbonizzazione del gas. La domanda è: questo è un progetto isolato o il segnale di un cambiamento più ampio?

Non solo Cremona: l’onda degli investimenti

L’impianto del Cremonese non è affatto un fulmine a ciel sereno. Fa parte di una strategia che sta attraversando l’intero Paese, spinta da capitali pubblici e privati su una scala che non si vedeva da anni. Dietro c’è innanzitutto l’Investimento 1.4 del PNRR, ribattezzato «Sviluppo del biometano», che ha messo sul piatto quasi due miliardi di euro. Il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica quantifica in 1.923.400.000 euro la dotazione complessiva della misura, pensata per moltiplicare gli impianti che riusano sottoprodotti agricoli, reflui zootecnici e frazione organica dei rifiuti urbani.

I soldi pubblici stanno facendo da volano, ma il segnale più interessante arriva dai movimenti delle imprese. Elevion Group, lo stesso gruppo tedesco che ha finanziato il progetto cremonese, ha siglato un’intesa per acquisire il 100% di BTS Biogas, azienda italiana specializzata nella progettazione e costruzione di impianti. Si tratta, per loro stessa ammissione, dell’investimento più importante mai realizzato nel settore del biogas. Non è un’operazione di facciata: è la mossa di un grande gruppo industriale che scommette su una filiera destinata a diventare strutturale, non più solo sperimentale.

E non è solo il Nord a muoversi. Già nel settembre 2025, il gruppo Arpinge aveva finalizzato un’operazione da 80 milioni di euro per realizzare quattro impianti di biometano, tutti alimentati da sottoprodotti agricoli e prodotti zootecnici. UniCredit e Banca Ifigest hanno strutturato il project financing da 80 milioni di euro per impianti che avranno ciascuno una capacità di 500 Sm3/h: uno sorgerà in Basilicata, in provincia di Potenza, e gli altri tre in Sicilia, fra le province di Catania e Messina. Un investimento che porta la tecnologia del biometano dove l’agricoltura zootecnica è fatta di aziende spesso più piccole e frammentate, e dove l’economia circolare può diventare un antidoto alla marginalità delle aree interne.

Le cifre cominciano a pesare. Mettendo in fila solo gli impianti già noti – Cremona più i quattro di Arpinge – si parla di una capacità complessiva di poco inferiore a 3.000 Sm3/h. Se si aggiungono le decine di progetti finanziati dai bandi del Decreto Biometano e quelli delle utility, il biometano italiano sta lentamente uscendo dall’angolo dei bei discorsi per entrare in quello dei contratti di fornitura, dei tubi e dei contatori. Ma cosa significa tutto questo per il cittadino comune, che ogni giorno paga la bolletta del gas?

Cosa cambia per la tua bolletta

La domanda è legittima: a che serve investire miliardi se poi la bolletta non ne risente? La risposta, onesta, è che per ora l’impatto è ancora molto modesto. I volumi di biometano immessi in rete sono una frazione minima del consumo nazionale, che viaggia attorno ai 60-70 miliardi di metri cubi all’anno. Qualche migliaio di Sm3/h in più non spostano il prezzo del gas all’ingrosso, e tantomeno bastano a sterilizzare i rincari invernali che conosciamo bene. Non è dalla sera alla mattina che vedremo la voce “materia prima” scendere solo grazie al biometano.

Però il punto è un altro. I due miliardi di euro del PNRR servono a costruire una capacità produttiva che ridurrà, nel tempo, la dipendenza dal gas importato. E meno siamo esposti ai mercati internazionali – russo, norvegese, algerino o del GNL americano che sia – meno la bolletta subirà le impennate legate alle tensioni geopolitiche o alle speculazioni. È un meccanismo di protezione graduale, non un taglio immediato. Inoltre, la filiera del biometano crea un mercato per chi produce reflui e scarti, scaricando un costo che altrimenti resterebbe nascosto nei bilanci degli allevatori e, indirettamente, nei prezzi dei prodotti agroalimentari. Insomma, il beneficio arriva, ma per sentirlo davvero bisognerà aspettare che il numero di impianti come quello di Cremona si moltiplichi, e che il gas prodotto cominci a pesare in modo significativo sul mix nazionale.

Fare rifornimento di biometano – in senso letterale, per chi compra il gas, e in senso figurato, per chi ne beneficia sulla bolletta – non è più un esercizio di fantascienza. È una realtà che cresce silenziosamente, senza proclami, e che nei prossimi anni peserà sempre di più sulla nostra spesa energetica e sulla qualità dell’aria.