L’Europa produce 8,2 miliardi di metri cubi di biometano, ma l’obiettivo del 2030 è ancora lontano

Quando arriva la bolletta del gas, in molti si chiedono quando il biometano smetterà di essere una promessa tecnica e diventerà una voce concreta del mix energetico. A dircelo con i numeri aggiornati è la nuova mappa europea del biometano, pubblicata ieri dall'Associazione Europea del Biogas (EBA). La fotografia scattata al secondo trimestre del 2026 mostra passi avanti importanti, ma anche una verità scomoda: la strada verso l'autonomia resta in salita, e chi paga le bollette nei prossimi anni continuerà a sentire il peso del metano importato.

Numeri da record, ma la meta è un miraggio

Peccato che questi numeri, per quanto brillanti, impallidiscano quando si guarda all'obiettivo. Il piano REPowerEU, lanciato dalla Commissione europea già nel maggio 2022, ha fissato un traguardo di 35 miliardi di metri cubi di biometano entro il 2030. A fine giugno 2026 siamo a 8,2 miliardi di metri cubi: meno di un quarto del cammino percorso, con meno di quattro anni davanti. Tradotto in soldoni: al ritmo attuale, l'Europa continuerà a dipendere in modo massiccio dal gas che arriva via nave o tubo, con tutto quello che significa per i prezzi in bolletta.

Il paradosso: più abbiamo bisogno di biometano, più le regole ce lo impediscono

Se la capacità cresce, perché allora non riusciamo a sostituire più in fretta il metano di importazione? La risposta è in un groviglio di ostacoli che da anni tiene il freno tirato. Già a marzo dell'anno scorso, durante l'apertura della Settimana Europea del Biometano, il Commissario europeo per l'Energia Dan Jørgensen aveva indicato autorizzazioni troppo lunghe, limitato commercio transfrontaliero e mancanza di comprensione pubblica come i freni principali. In pratica, costruire un impianto oggi significa avventurarsi in una giungla burocratica dove i permessi di costruzione e iniezione in rete possono richiedere anni, mentre l'impossibilità di commerciare facilmente il gas tra Stati membri tiene i produttori lontani dai mercati dove la domanda (e il prezzo) sarebbero più alti. Senza contare le resistenze di cittadini che spesso confondono il biometano con vecchi impianti inquinanti, rallentando ulteriormente ogni progetto.

Il risultato è un paradosso amaro: più l'Europa cerca di affrancarsi dal metano estero per stabilizzare i costi energetici di famiglie e imprese, più le sue stesse regole e la frammentazione interna rallentano l'unica alternativa domestica su scala industriale. La crescita c'è, ma incagliata in questi lacci procede a passo d'uomo proprio quando servirebbe uno scatto da centometrista. Se non si sbloccano le procedure di autorizzazione e non si crea un vero mercato unico del biometano, il traguardo dei 35 miliardi di metri cubi rischia di restare un miraggio, e con esso la prospettiva di bollette meno esposte agli alti e bassi della geopolitica.

Francia e Danimarca corrono, Germania e Regno Unito arrancano

Basta guardare la mappa dell'EBA per capire che le politiche nazionali scavano differenze profonde. Nei giorni scorsi, la stessa associazione ha fatto notare come la Francia sia diventata il primo produttore europeo, superando la Germania con una quota produttiva superiore del 21% e un numero di impianti che è il triplo. Il sorpasso non è casuale: Parigi ha costruito un quadro normativo stabile con incentivi chiari, mentre Berlino e Londra sono rimaste quasi ferme, bloccate proprio da quell'incertezza regolatoria che tiene lontani gli investitori.

E se la Francia mostra cosa succede quando le regole aiutano, la Danimarca rappresenta il caso scuola di dove si può arrivare. Nel 2024 il biogas copriva già circa il 40% della domanda interna di gas, la percentuale più alta tra tutti i paesi europei. Per l'Italia, che oggi importa la quasi totalità del gas che consuma, il messaggio è lampante: senza un sistema di incentivi chiaro e iter accelerati, si rischia di restare al palo mentre altri si spartiscono il mercato europeo del biometano che verrà. La direzione da prendere non è scontata, e dipenderà moltissimo dalle scelte di politica industriale che il governo farà nei prossimi mesi.

Il biometano è una promessa concreta, basata su tecnologie mature e su una materia prima – scarti agricoli, organico, reflui – di cui l'Italia è ricca. Ma una promessa, da sola, non scalda le case e non fa girare le fabbriche. Per chi paga le bollette, il consiglio è di non aspettarsi miracoli nel breve periodo: il gas importato continuerà a fare la parte del leone ancora per diversi inverni. Se però siete un'azienda agricola o una utility e state valutando un investimento, conviene muoversi ora: informarsi sugli incentivi attivi – detrazioni, tariffe omnicomprensive, possibili incentivi legati alle Comunità Energetiche Rinnovabili – e monitorare le prossime mosse del governo. Chi parte prima, in un settore dove i tempi di autorizzazione contano più della tecnologia, si prende il vantaggio. E forse, tra qualche anno, potrà dire di aver contribuito a una bolletta un po' più leggera.