L’idrogeno verde prodotto costa cinque volte il metano, ma il progetto è sostenuto da fondi pubblici
Ieri, Cogne Acciai Speciali ha avviato la produzione di idrogeno verde nel suo stabilimento della Valle d’Aosta. L’elettrolizzatore AEM Nexus 1000 di Enapter, commissionato lunedì 29 giugno, è alimentato dall’energia idroelettrica del fiume Dora Baltea e da un piccolo impianto fotovoltaico da 300 kW. L’impianto è in grado di sfornare 165 tonnellate di idrogeno all’anno. Un traguardo tecnologico che però si scontra con un dato brutale: l’idrogeno verde appena prodotto costa circa cinque volte tanto quanto il metano.
Il sorpasso impossibile
Il paradosso è tutto in quel moltiplicatore. Con i prezzi di mercato attuali, l’idrogeno verde non è competitivo nemmeno lontanamente. L’acciaieria valdostana, specializzata in acciai inossidabili e leghe speciali, ha acceso un elettrolizzatore che consuma 53,6 kWh per ogni chilo di idrogeno prodotto e che costringe la fabbrica a pagare l’energia cinque volte di più della stessa quantità di gas naturale, se confrontata a parità di contenuto energetico. La bolletta energetica della transizione è già tutta qui. Se i numeri sono questi, com’è possibile che un progetto del genere abbia preso vita?
Il salvadanaio del PNRR
La risposta arriva da Roma, ed è una risposta che sa di finanza pubblica. Già nell’aprile 2023, il progetto “Green Hydrogen in Cogne” di Cogne Acciai Speciali aveva ottenuto 7,9 milioni di euro dal PNRR, attraverso un bando per l’idrogeno in aree dismesse. Altri 6,1 milioni erano andati al progetto “H2WAY2ZERO” della Compagnia Valdostana delle Acque, ma il grosso dei fondi ha spinto l’elettrolizzatore di Cogne: 1.008 MW di capacità, un sistema di stoccaggio a 30 bar per 300 kg di idrogeno, e l’obiettivo dichiarato di alimentare per intero un forno di riscaldo indiretto in una linea di trattamento termico per acciai austenitici e martensitici.
La tecnologia scelta – l’elettrolizzatore a membrana a scambio anionico (AEM) – è all’avanguardia: combina aspetti positivi di PEM e alkaline, secondo gli studi condotti da Cogne insieme al Politecnico di Torino. Ma il punto non è tecnico, è economico. L’idrogeno verde non ha un mercato spontaneo: il prezzo lo rende insostenibile senza incentivi. E l’elettrolizzatore di Cogne è stato solo il quinto venduto da Enapter in Italia nel 2024, segno di una domanda ancora pilotata dai bandi pubblici. Ora però la fabbrica deve farci i conti ogni giorno, chilo dopo chilo, con una materia prima che gonfia i costi di produzione invece di comprimerli.
Effetto serra (ridotto)
I benefici climatici ci sono, ma vanno ridimensionati. L’uso di idrogeno verde eviterà il consumo di circa 115.000 metri cubi di gas naturale all’anno, con una riduzione stimata delle emissioni di CO₂ pari a 230 tonnellate annue. Non è poco, ma per un’acciaieria resta una goccia. E mentre si cerca di rendere meno sprecone il processo, da luglio 2023 è in corso il progetto LIFE H2Reuse, che punta a recuperare l’idrogeno residuo dalla ricottura e riutilizzarlo come combustibile per sistemi di riscaldamento a tubi radianti. Cogne non è sola in questa rincorsa: in Umbria, la hydrogen valley di SANGRAF sta prendendo forma con altri fondi PNRR, e altre hydrogen valley spuntano in diverse regioni italiane.
Ma il nodo resta la scalabilità. Se ogni azienda siderurgica dovesse affidarsi all’idrogeno verde a costi quintuplicati, chi garantirebbe che la bolletta non diventi insostenibile? La domanda non è tecnica, è politica. E la risposta, per ora, è che il conto lo paga lo Stato.
L’acciaio verde è un ossimoro fino a quando il suo idrogeno costerà cinque volte tanto. Ieri si è acceso un forno, oggi si festeggia un traguardo simbolico, ma domani potrebbe spegnersi la competitività di chi produce davvero.




