Dai rifiuti organici al biometano: il settore vale già miliardi e la capacità europea supera i 7 miliardi di metri
Non è fantascienza, né l’ennesima promessa verde per addetti ai lavori. Lo scorso 8 e 9 luglio, a Birmingham, il World Biogas Summit & Expo 2026 ha riunito la comunità globale del biogas proprio mentre l’associazione che lo organizza, la World Biogas Association, festeggiava dieci anni di attività. In un decennio, quella frazione umida è passata dall’essere una curiosità per pochi a una leva concreta per ridurre le emissioni, gestire i rifiuti e produrre gas rinnovabile.
Dal letame al gas: non è più fantascienza
Dieci anni fa, il biogas era concentrato in una manciata di mercati europei, poco più che un esperimento ben riuscito. Oggi, come ha documentato la stessa World Biogas Association, è riconosciuto come una soluzione vitale per l’azione climatica, la mitigazione del metano, la sicurezza energetica, la gestione dei rifiuti e lo sviluppo dell’economia circolare. In pratica, gli scarti organici — quelli del cassonetto dell’umido, i residui agricoli, i reflui degli allevamenti — possono essere digeriti da batteri in assenza di ossigeno, producendo biometano da immettere in rete o usare per generare elettricità, e lasciando come sottoprodotto un fertilizzante naturale.
Il salto non è solo tecnico. È cambiato il modo in cui l’intero comparto energetico guarda a questo settore. Al summit di Birmingham di un mese fa, gli addetti ai lavori hanno ribadito che il biogas è passato dai margini della conversazione energetica globale a una soluzione sempre più riconosciuta per affrontare insieme più problemi: emissioni di metano, bisogno di rinnovabili, agricoltura sostenibile. Ma quanto è grande davvero questo settore, e perché se ne parla proprio ora?
Numeri che pesano: dal metano al mercato
Per capire se siamo davanti all’ennesima moda verde o a qualcosa di scalabile, bisogna guardare i numeri. La capacità produttiva di biometano installata in Europa ha raggiunto 7 miliardi di metri cubi all’anno alla fine del primo trimestre 2025, con un balzo del 9% rispetto al 2024. Non stiamo parlando di prototipi: sono impianti già allacciati alla rete del gas, che producono e vendono. Il tutto mentre l’interesse internazionale è cresciuto in modo misurabile: lo scorso anno, sempre al NEC di Birmingham, oltre 2.500 delegati avevano partecipato all’edizione 2025 del summit.
Il potenziale, però, va ben oltre i numeri attuali. Secondo la World Biogas Association, il settore ha la capacità di mitigare tra il 10 e il 13% delle emissioni globali di gas serra. E, sempre secondo l’associazione, può contribuire a quasi la metà del Global Methane Pledge, l’impegno internazionale che punta a tagliare del 30% le emissioni di metano entro il 2030. Sono cifre che spiegano perché sempre più governi, utility e fondi d’investimento stiano guardando al biogas non come a una nicchia, ma come a un pilastro della transizione. Se le premesse sono così solide, cosa manca allora per vedere i risultati su larga scala?
Ora tocca a noi: dalla promessa alla pratica
La risposta arriva proprio da Birmingham, dove a luglio i leader del settore hanno messo il dito nella piaga. «La prossima fase di crescita sarà definita non dallo sviluppo tecnologico ma dalla consegna», è stato il messaggio che ha attraversato il summit. Le tecnologie per produrre biogas ci sono già; quello che serve è passare dai piani ai cantieri, dai progetti pilota agli impianti che funzionano a regime. Già lo scorso maggio, Charlotte Morton, amministratrice delegata della World Biogas Association, aveva messo in chiaro la rotta: «I prossimi dieci anni devono essere implementazione su larga scala — accelerare gli investimenti, costruire quadri normativi solidi e realizzare progetti che riducano le emissioni rafforzando al tempo stesso la sicurezza energetica e alimentare nel mondo».
Per i cittadini e le imprese, questo passaggio dalla promessa alla pratica si traduce in qualcosa di molto concreto. Significa che i rifiuti organici che separiamo ogni giorno — quelli che fino a ieri finivano in discarica a produrre metano nell’atmosfera — possono alimentare reti di teleriscaldamento o sostituire gas di origine fossile nei processi industriali. Significa che un allevamento o un’azienda agricola può trasformare un costo di smaltimento in una fonte di reddito, vendendo biometano o fertilizzante. E significa che chi amministra un territorio ha uno strumento in più per chiudere il cerchio dei rifiuti e avvicinarsi agli obiettivi climatici, senza dover aspettare tecnologie ancora da inventare. Non è tutto rose e fiori: ogni progetto va valutato sui numeri reali, perché la convenienza dipende dalla taglia dell’impianto, dalla logistica delle biomasse e dalle regole locali. Ma la direzione è tracciata, e i dati dicono che la strada è percorribile.
La partita del biogas, insomma, si gioca sotto casa: nella raccolta dell’umido, nelle scelte agricole, negli investimenti locali. Informarsi oggi significa non farsi trovare impreparati domani, quando quel cassonetto maleodorante potrebbe diventare parte di una filiera da miliardi di metri cubi di gas rinnovabile. E magari anche un alleato contro il caro-bolletta.




