Il meccanismo ha accreditato solo tredici progetti in cinque anni, nonostante una dotazione di 5,84 miliardi
Tredici progetti accreditati in cinque anni. È il bilancio, a metà 2025, del programma CB RES, il meccanismo pensato dall’Unione Europea per dare priorità ai progetti di energia rinnovabile realizzati in cooperazione tra più Stati membri. L’ultima finestra per ottenere quello status si è aperta nei giorni scorsi e resterà disponibile fino al prossimo 6 ottobre, come confermato dall’annuncio ufficiale della Commissione europea. Un’opportunità tanto più rilevante perché, nell’attuale quadro finanziario pluriennale 2021–2027, questa è la sesta e ultima chiamata. Dopo ottobre non ce ne saranno altre fino alla prossima programmazione di bilancio. E il contrasto tra i fondi stanziati e i numeri reali del programma merita più di una riflessione.
Il gap tra ambizioni e realtà
I target europei sulle rinnovabili non sono mai stati così alti. Nel 2024 la quota di rinnovabili sul consumo finale di energia nell’UE ha raggiunto il 25,2%, quasi un punto percentuale in più rispetto al 2023. Per centrare l’obiettivo minimo del 42,5% entro il 2030, però, i tassi di diffusione annuali dovrebbero più che raddoppiare rispetto alla media del decennio scorso: lo indica l’Agenzia europea dell’ambiente, ed è un incremento che nessuno Stato membro può realisticamente conseguire da solo. La logica della cooperazione transfrontaliera è esattamente questa: permettere a paesi con grandi potenziali rinnovabili ma domanda interna modesta – è il caso della Finlandia per il solare o dell’Estonia per l’eolico – di sviluppare impianti condivisi, finanziati anche da Stati con territori saturi o poco soleggiati, come il Lussemburgo.
Il meccanismo CB RES doveva essere il propulsore di questa integrazione. Lanciato fin dal 2021, il programma assegna uno status prioritario ai progetti che superano la selezione: un bollino che non eroga fondi direttamente, ma che rende i progetti idonei a richiedere sovvenzioni per studi e costruzioni attraverso il Connecting Europe Facility. Un passaggio intermedio, insomma, ma indispensabile per accedere a una torta molto più grande. E qui arriviamo al punto dolente.
L’ironia di un meccanismo sottoutilizzato
Il programma CEF Energy, il contenitore che finanzia le infrastrutture energetiche transeuropee, ha una dotazione di 5,84 miliardi di euro per il periodo 2021–2027. Una cifra considerevole, che dovrebbe coprire proprio quei progetti transfrontalieri considerati strategici. Eppure, il numero di iniziative che sono arrivate all’accreditamento CB RES fino ad agosto 2025 resta fermo a tredici. Tredici progetti in cinque anni di bandi aperti, mentre la quota di rinnovabili arranca e l’orizzonte del 2030 si avvicina.
Che cosa frena l’utilizzo di uno strumento ricco di fondi? La risposta non sta nei soldi, ma nella complessità del percorso. Ottenere lo status CB RES richiede un accordo tra almeno due Stati membri e un progetto che dimostri benefici concreti per entrambi. Non basta un memorandum d’intesa: servono piani industriali, ripartizione dei costi e della produzione, e un allineamento normativo che, nella pratica, si scontra con regimi autorizzativi, fiscali e di connessione alla rete ancora troppo diversi tra i paesi dell’Unione. È una frizione che rallenta tutto. Lo si è visto con la prima gara transfrontaliera per il solare, lanciata nell’aprile 2023: l’iniziativa doveva accelerare lo sviluppo di grandi impianti fotovoltaici in Finlandia e dare al Lussemburgo accesso a potenziale rinnovabile fuori dai propri confini. Un progetto pilota, seguito nel maggio 2025 dall’assegnazione di 52,4 milioni di euro per progetti solari in Finlandia e due parchi eolici in Estonia, per un totale di nove impianti e 445,65 MW complessivi. Cifre utili, ma lontane dalla scala che servirebbe.
L’ironia sta proprio qui: l’UE ha costruito un’architettura finanziaria imponente per sostenere la transizione, ma il collo di bottiglia è a monte, nella fase in cui i progetti devono dimostrare di essere autenticamente transfrontalieri. Il risultato è che i fondi CEF Energy rischiano di restare inutilizzati o di venire dirottati su interventi meno ambiziosi, mentre l’asticella del 42,5% si allontana.
L’ultimo treno e il dopo-2027
Con la finestra aperta fino al 6 ottobre si chiude il quadro attuale. I progetti che otterranno l’accreditamento in questa tornata potranno candidarsi all’ultimo bando CEF Energy per studi e costruzioni, atteso nel 2027, ma dopo quella data il meccanismo andrà ridisegnato nel contesto della nuova programmazione finanziaria. La Commissione non ha ancora anticipato come intende modificare il programma, ma il bilancio di questi cinque anni – tredici progetti su un continente che dovrebbe raddoppiare il ritmo delle installazioni – pone un interrogativo inevitabile: il modello attuale è troppo macchinoso per funzionare su larga scala, oppure la domanda di cooperazione transfrontaliera è davvero così debole?
Tenete d’occhio il numero di domande in arrivo entro ottobre: sarà il segnale per capire se l’integrazione transfrontaliera è finalmente decollata o se il prossimo bilancio UE dovrà ripensarne le fondamenta.




