Il consiglio ha approvato reti, solare e batterie, ma nel 2025 l’Ue importava ancora gas, petrolio e uranio russi

Secondo il comunicato BEI diffuso il 27 agosto 2026, il consiglio di amministrazione della Banca europea per gli investimenti ha approvato 9,2 miliardi di euro di nuovi finanziamenti per rafforzare la competitività europea, accelerare la transizione energetica e approfondire le partnership strategiche nel mondo. Cifra corposa, progetti solidi: reti elettriche, solare, batterie, teleriscaldamento, infrastrutture per imprese e agricoltura. Ma i numeri del 2025 raccontano un’altra storia. L’Unione europea ha importato 36 miliardi di metri cubi di gas russo, 9,7 milioni di tonnellate di petrolio greggio e quasi 2.900 tonnellate di uranio in forma arricchita o di combustibile. La transizione finanziata e la dipendenza reale viaggiano su binari opposti.

9,2 miliardi per la transizione: il pacchetto che accelera

Il pacchetto approvato dal board include 4,3 miliardi di euro per il finanziamento di imprese in Croazia, Repubblica Ceca, Francia, Grecia, Italia, Polonia, Romania, Slovacchia e Spagna. Il board ha inoltre approvato fondi per le reti elettriche in Germania e in Grecia, per il solare in Italia e per le infrastrutture di teleriscaldamento in Lituania. Fuori dall’Unione, i finanziamenti riguardano reti elettriche in Brasile, solare e accumulo a batterie in Egitto, piccole agricoltrici in Kenya, Ruanda, Tanzania e Uganda e apparecchiature mediche in Kosovo.

La transizione energetica, però, non è l’unico asse su cui la BEI si muove. Secondo quanto riportato da Euronews a gennaio 2026, la BEI ha speso il 5% dei suoi finanziamenti nell’Unione su progetti di sicurezza e difesa nell’anno precedente, quadruplicando i finanziamenti nel settore anno su anno — un target che inizialmente aveva previsto di raggiungere solo nel 2026. Gli Stati membri hanno avallato la strategia del Gruppo BEI per usare appieno il suo potenziale e ampliare investimenti e assunzione di rischio, con un’attenzione speciale all’autonomia energetica, alla leadership tecnologica, alla sicurezza e alla difesa, alle infrastrutture resilienti e ai partenariati globali. E non ci sarà alcun tetto predefinito per i finanziamenti in quest’area, che verrà determinato ogni anno nel piano operativo del Gruppo.

I numeri scomodi: la Russia è ancora nei rubinetti

Quanto questa iniezione di capitale basterà a spezzare la dipendenza energetica? La risposta, per ora, sta nei flussi commerciali del 2025. L’Unione europea importava ancora 36 miliardi di metri cubi di gas russo, 9,7 milioni di tonnellate di petrolio greggio e quasi 2.900 tonnellate di uranio in forma arricchita o di combustibile. Sono cifre preliminari, ma il segnale è netto: la riduzione delle quote non ha azzerato i volumi.

Certo, i progressi ci sono stati. La quota di gas russo sul totale importato è scesa dal 45% nel 2022 al 12% nel 2025; il petrolio è passato dal 27% di inizio 2022 al 2% nel 2025. Ma una quota ridotta non equivale a un rubinetto chiuso: il 12% di gas vale ancora 36 miliardi di metri cubi in termini assoluti, e il 2% di petrolio significa comunque milioni di tonnellate all’anno. E poi c’è l’uranio, che non beneficia della stessa narrazione di disimpegno: quasi 2.900 tonnellate importate in forma arricchita o di combustibile.

Per capire la distanza tra ambizione e realtà basta guardare a cosa finanzia la BEI e a cosa importa l’Europa. I progetti approvati riguardano reti elettriche in Germania e Grecia, solare in Italia, teleriscaldamento in Lituania: infrastrutture che richiedono anni prima di produrre effetti misurabili. I flussi russi, intanto, hanno continuato nel 2025 a riempire il disavanzo tra produzione interna e consumo. Il punto non è se la strategia stia funzionando. È che i due binari — quello dei finanziamenti e quello delle importazioni — non viaggiano alla stessa velocità. Da un lato la BEI e gli Stati membri spingono sull’autonomia energetica come priorità strategica, e i finanziamenti per sicurezza e difesa sono quadruplicati rispetto all’anno precedente. Dall’altro, i flussi russi restano ridotti ma non azzerati. Resta da vedere se la combinazione di strategia e finanziamenti riuscirà a ridurre davvero la quota russa nei prossimi anni — e a quale costo per famiglie e imprese.

Il quadro globale: la finanza climatica corre, ma per chi?

La corsa non è solo europea. Le banche multilaterali di sviluppo hanno aumentato del 21% rispetto all’anno precedente la finanza climatica nei paesi a basso e medio reddito, raggiungendo il massimo storico di 103 miliardi di dollari. Complessivamente, in tutti i paesi di operazione, la finanza climatica delle MDB è cresciuta del 19% fino al record di 163 miliardi di dollari.

A cosa servirà questa liquidità record se l’Europa, nel 2025, importava ancora uranio russo in forma arricchita? La domanda resta aperta, e vale più di qualsiasi tabella di marcia.

La finanza climatica record non è ancora sinonimo di autonomia energetica. Per cittadini e imprese resta una domanda semplice e scomoda: i 9,2 miliardi finanzieranno progetti, ma basteranno a chiudere i rubinetti dell’energia russa?