Il primo bando concreto arriva a tre anni dall’avvio del progetto pilota

Cinquant'ettari in otto lotti, uno solo a Caivano. L'Agenzia del Demanio ha pubblicato nei giorni scorsi la concessione del Fondo Peschiera, un terreno statale nel comune a nord di Napoli, per progettare, costruire e gestire impianti fotovoltaici. La scadenza per presentare le offerte è fissata al 7 dicembre 2026. Sembra l'accensione di un interruttore, ma la luce è ancora lontana: il bando arriva a quasi tre anni dall'avvio del cosiddetto modello Caivano, un progetto pilota di partenariato pubblico-privato nato per trasformare terreni pubblici inutilizzati in centrali di energia pulita. E dopo tre anni, di gare vere ne è partita una sola.

Il Fondo Peschiera non è un lotto qualunque. Prima ancora di immaginare pannelli e inverter, l'area è stata sottoposta a caratterizzazione ambientale e a un Piano Operativo di Bonifica: verifiche indispensabili per capire cosa ci fosse sotto il terreno e garantire che il recupero dell'immobile non si trasformasse in un disastro ambientale. È il passaggio di cui si parla poco quando si annunciano riconversioni green, ed è anche il primo banco di prova per chiunque voglia replicare l'operazione altrove. Perché se bonificare un singolo fondo a Caivano richiede mesi di analisi e un piano dedicato, cosa succederà quando i terreni da ripulire saranno decine, sparsi per sei regioni?

Il bando Caivano: il laboratorio parte da un'area bonificata

L'ente appaltante è l'Agenzia del Demanio, che in questa partita gioca il ruolo del proprietario terriero disposto a mettere a disposizione i propri asset pur di vederli finalmente produrre qualcosa. Il Fondo Peschiera è il primo a essere bandito dopo l'annuncio, nell'aprile del 2025, del progetto pilota: allora si parlò di quattro bandi inaugurali, con appezzamenti in Friuli-Venezia Giulia, Molise, Puglia e Umbria. Quei bandi sono stati il prologo. Caivano è il primo capitolo vero, ed è significativo che arrivi oltre un anno dopo.

La procedura è una concessione, non una vendita. Il terreno resta allo Stato, il concessionario si occupa della progettazione, della costruzione e della gestione degli impianti per un periodo definito. In cambio, incassa i ricavi dell'energia prodotta o dei meccanismi di incentivazione. Sulla carta, un'architettura pulita. Nella pratica, molto dipende da chi risponderà al bando: una grande ESCo con la forza finanziaria per anticipare i costi di bonifica residua e installazione, o una cordata locale con meno muscoli ma più radicamento territoriale. La differenza non è di poco conto, perché il modello Caivano è stato pensato per generare benefici diffusi, non per regalare rendite di posizione.

E qui arriva il primo paradosso. L'area è stata bonificata con fondi pubblici, il terreno è pubblico, l'impianto sarà costruito da privati. A chi andranno i profitti? La risposta ufficiale è: alle Comunità Energetiche Rinnovabili. Ma perché questo accada, qualcuno deve prima costituirle.

Chi ci guadagna con le Comunità Energetiche?

I bandi del Demanio prevedono un punteggio premiale per i progetti che includono la costituzione o l'adesione a Comunità Energetiche Rinnovabili e che coinvolgano almeno un Comune. In teoria, è un incentivo a distribuire sul territorio i benefici della produzione da fonti rinnovabili: bollette più leggere per gli edifici pubblici, ricadute economiche per le famiglie che aderiscono alla CER, un po' di occupazione locale nella gestione degli impianti. Sulla carta, vincono tutti.
Ma le regole non sono uguali per tutti.

Per un Comune che aderisce, il vantaggio è la riduzione dei costi energetici, una voce di bilancio che negli ultimi anni è esplosa. Per i cittadini che entrano nella CER, lo sconto in bolletta è reale ma proporzionale all'energia condivisa, e dipende dalla tariffa incentivante riconosciuta dal GSE. Per lo sviluppatore, il margine sta nella differenza tra il costo dell'investimento e i ricavi ventennali della produzione, più gli incentivi. In mezzo c'è il proprietario del terreno, che in questo caso è lo Stato: un padrone di casa che affitta gratis, o quasi, pur di vedere i propri fondi smettere di essere soltanto un problema di manutenzione e bonifica.

Gli otto terreni in gara coprono circa 50 ettari e sono distribuiti in Abruzzo, Campania, Lombardia, Piemonte, Sicilia e Veneto: due in Abruzzo, due in Lombardia, uno a testa per le altre regioni. Una geografia che suggerisce l'intenzione di testare il modello in contesti molto diversi per irraggiamento solare, tessuto amministrativo e domanda energetica locale. Ma una cosa è bandire un lotto a Caivano, dove l'attenzione politica è altissima, un'altra è farlo in un comune lombardo o piemontese dove la macchina burocratica gira a velocità diverse. Il punteggio premiale per le CER rischia di premiare non i progetti migliori, ma quelli presentati da chi ha già un Comune disposto a firmare un protocollo in tempi brevi. Il resto è astrazione.

Modello Caivano: 180 milioni per sette aree, ma il tempo stringe

Il governo ha stanziato 180 milioni di euro per il triennio 2025-2027: 100 milioni entro il 2025, 50 per il 2026, 30 per il 2027. L'obiettivo dichiarato è replicare il modello Caivano in sette aree urbane. Sette aree, 180 milioni, tre anni. A spanne, 25 milioni a intervento. Non è poco, ma non è nemmeno un tesoretto se si considera che ogni area va prima caratterizzata, poi bonificata, poi messa a gara, poi costruita e allacciata alla rete. I soldi servono per coprire i costi pubblici dell'operazione, non per finanziare direttamente gli impianti, che restano a carico dei concessionari. Ma senza quei fondi, le bonifiche non si fanno, e senza bonifiche i bandi restano lettera morta.

Il modello Caivano è stato avviato a partire da settembre 2023. Oggi, luglio 2026, il primo bando concreto esce solo ora, con scadenza a dicembre. Se il concessionario verrà selezionato nei primi mesi del 2027, bisognerà poi aprire il cantiere, installare i moduli, completare l'allaccio. La prima ora di produzione potrebbe arrivare non prima della fine del 2027, forse nel 2028. Quattro o cinque anni dall'avvio politico dell'iniziativa per un solo impianto attivo. È il passo della macchina pubblica quando deve coordinare Demanio, Comuni, enti di bonifica, autorizzazioni paesaggistiche e gestori di rete. Tutto prevedibile, tutto già visto. Resta da chiedersi se i 180 milioni basteranno quando il modello verrà replicato nelle altre sei aree, o se ogni replica porterà con sé lo stesso accumulo di ritardi e imprevisti.

Intanto il bando di Caivano è lì, con la sua scadenza del 7 dicembre 2026. Se entro quella data non arriveranno offerte credibili, il laboratorio si fermerà prima ancora di cominciare, e il modello finirà nella collezione degli annunci che riempiono i comunicati stampa senza mai diventare chilowattora. La transizione energetica dal basso, quella delle Comunità Energetiche e dei terreni pubblici riconvertiti, si misurerà non in megawatt installati, ma in quante famiglie di Caivano vedranno davvero scendere la bolletta. Per ora, l'interruttore è acceso. Ma la corrente non passa ancora.