Il progetto Morgan, abbandonato a gennaio, è stato rimesso all’asta con permessi e allacci già pronti

Buttare via un elettrodomestico perché si è rotto un interruttore da dieci euro. Lasciare scadere un farmaco in cassetto mentre qualcuno ne ha bisogno. Succede nelle case, succede nelle burocrazie, e succede anche — sorpresa — nell’eolico offshore, dove progetti con permessi già firmati, cavi già prenotati e anni di studi già pagati rischiano di finire nel cestino perché il consorzio originale ha cambiato idea.

Il Regno Unito, però, ha appena mostrato che esiste un’alternativa al macero. Il 27 luglio 2026, la Crown Estate — l’ente che gestisce i fondali marini della Corona — ha lanciato l’asta accelerata per il sito Morgan, un parco eolico da 1,5 gigawatt nel Mare d’Irlanda che fino a gennaio di quest’anno sembrava destinato a diventare l’ennesimo dossier archiviato.

La differenza tra buttare e riciclare, in questo caso, vale circa un miliardo e mezzo di watt di potenza installabile e una finestra temporale che potrebbe chiudersi prima della fine del 2026. Con tutti i permessi già in tasca.

Un parco smontato, non demolito

Partiamo dai fatti. Il progetto Morgan era stato assegnato nel 2021, nell’ambito del quarto round di leasing offshore della Crown Estate. A svilupparlo c’era una joint venture tra la tedesca EnBW e la giapponese JERA Nex BP. Tutto sembrava filare liscio: il Development Consent Order — l’autorizzazione urbanistica britannica — era arrivato ad agosto 2025, e il progetto aveva già l’accordo di connessione alla rete con NESO, il gestore del sistema elettrico nazionale.

Poi, a gennaio 2026, lo strappo. EnBW decide di uscire sia da Morgan che dal gemello Mona, un altro parco da 1,5 GW. La joint venture riconsegna i diritti di sfruttamento alla Crown Estate e interrompe lo sviluppo di Morgan. JERA Nex BP si tiene Mona, comprando la quota di EnBW, ma Morgan resta orfano.

A questo punto, nella maggior parte dei Paesi europei, la pratica sarebbe finita in un cassetto. Autorizzazioni scadute, rete da ri-prenotare, anni di vuoto. Invece la Crown Estate annuncia già a marzo 2026 che il sito sarà rimesso a gara. Quattro mesi dopo, a luglio, parte il bando vero e proprio: tempi compressi, regole chiare, obiettivo dichiarato di selezionare il vincitore entro fine 2026.

In meno di dodici mesi, un progetto abbandonato può tornare ad avere un padrone e ripartire. Senza rifare la trafila burocratica da zero.

Il meccanismo che sblocca tutto

Il segreto dell’operazione Morgan sta in due ingredienti. Il primo è la conservazione del valore amministrativo: il DCO non decade, la connessione resta valida, chi arriva non parte da zero ma eredita un cantiere al 50% della preparazione. Il secondo è l’asta a orologio crescente — la rising clock auction — con cui i developer si sfidano a colpi di rilanci in una gara trasparente, dove a determinare il vincitore è la Site Exclusivity Fee, un canone che l’aggiudicatario paga solo quando il progetto entra effettivamente in lease, diluito poi in vent’anni di rate.

Tradotto: chi vince non deve sborsare tutto subito, ma spalma l’impegno economico su due decenni, pagando solo se e quando l’elettricità comincia a fluire.

Un incentivo a fare sul serio, non a piazzare bandierine speculative.

E non è un dettaglio per addetti ai lavori. Per chiunque paghi una bolletta, un parco eolico che entra in esercizio con tre o quattro anni di anticipo rispetto a un iter partito da zero significa immettere sul mercato energia a costi marginali bassissimi prima. Significa minore dipendenza dal gas nei momenti di picco. Significa, banalmente, che quei 1,5 GW non restano sulla carta mentre il prezzo all’ingrosso oscilla.

E la Svezia? Frena, respinge, rimanda

Mentre Londra fa i conti con il cronoprogramma, Stoccolma fa i conti con le forze armate. Il 24 luglio 2026, il governo svedese ha approvato due parchi eolici offshore — Fyrskeppet e Vidar — e ne ha bocciati undici su tredici richieste presentate. La motivazione ufficiale parla di interferenze con i sistemi di difesa: radar militari, sensori subacquei, esercitazioni navali. Undici no in un colpo solo.

La decisione ha fatto rumore anche perché tra i progetti approvati ce n’era uno, il parco Vidar, che Vattenfall ha subito messo in stand-by, segnalando che senza un quadro economico più stabile neppure il via libera basta a far partire le turbine. Gli undici rigettati, ha precisato il governo, potranno essere riconsiderati in futuro, quando la Svezia sarà passata a un sistema di aste per l’eolico offshore — esattamente il modello che la Crown Estate sta già usando per riciclare Morgan.

Nel frattempo, il settore manda segnali contrastanti. BP è in trattative per vendere Lightsource, la sua divisione solare, un’operazione che racconta di grandi manovre in corso nelle strategie rinnovabili delle major petrolifere. E proprio mentre si discute di pale e investimenti, un evento tecnico ha ricordato a tutti quanto la tecnologia resti un fattore critico: il cedimento di una pala su una turbina Vestas da 15 MW al parco He Dreiht ha riacceso il dibattito sull’affidabilità delle macchine di ultima generazione, quelle su cui si scommette per i grandi parchi offshore.

Undici no in Svezia. Un sito recuperato in quattro mesi nel Regno Unito. E una pala che si rompe quando dovresti convincere banche e assicuratori a finanziare i prossimi gigawatt.

Il punto, per chi guarda da casa, è semplice. Un sito autorizzato è un costo che qualcuno ha già pagato — con anni di studi ambientali, consulenze legali, indagini geotecniche. Quando un governo butta via quel pacchetto, butta via i soldi che l’industria ha anticipato e che si sarebbero trasformati in elettricità a prezzo stabile. Quando invece un ente come la Crown Estate lo rimette subito in circolo, quei costi irrecuperabili diventano un vantaggio per il nuovo arrivato e per il sistema-paese.

Non serve essere ingegneri energetici per capire la differenza tra sprecare e riutilizzare. Serve solo aver pagato una bolletta e aver sperato, almeno una volta, che la voce “oneri di sistema” non continuasse a salire. Il modello Morgan non garantisce miracoli, ma ha un pregio raro: accorcia la distanza tra un annuncio e un elettrone.