La bozza Ue introduce il criterio del miglior rapporto qualità-prezzo e una preferenza per le filiere europee
L’ultima volta che hai partecipato a una gara pubblica, hai perso contro un concorrente che aveva un prezzo più basso del tuo ma un progetto palesemente scadente. O forse hai osservato da cittadino un servizio pagato con le tue tasse trasformarsi in un disastro ambientale, perché l’amministrazione aveva scelto l’offerta più economica senza guardare ad altro. Non sei il solo: per decenni il «massimo ribasso» è stato il criterio dominante negli appalti italiani ed europei. La scorsa settimana, però, una bozza di regolamento Ue sugli appalti pubblici ha cominciato a circolare e prova a cambiare direzione in modo deciso. Qualità minima obbligatoria, emissioni contate sul ciclo di vita, requisiti di efficienza energetica e una spiccata preferenza per le produzioni europee e le filiere considerate sicure: la proposta della Commissione sposta l’ago della bilancia dal prezzo alla sostenibilità, in senso ambientale e industriale.
La fine del prezzo più basso?
Chi ha dimestichezza con le gare pubbliche sa che il criterio del prezzo più basso ha prodotto in molti casi lavori rifatti due volte, servizi inefficienti e cantieri bloccati, con costi nascosti che alla fine hanno superato qualunque risparmio iniziale. La dittatura del ribasso ha premiato offerte aggressive ma fragili, spesso legate a catene di subappalto poco trasparenti e a forniture extraeuropee senza alcun controllo sulla qualità o sull’impatto ambientale. Con la bozza di regolamento, Bruxelles manda un segnale netto: il prezzo resta importante, ma non potrà più essere il padrone assoluto della graduatoria. L’asta pubblica del futuro dovrà scegliere il «miglior rapporto qualità-prezzo», e la qualità avrà un peso minimo garantito. Ma cosa prevede esattamente il testo che gli addetti ai lavori stanno esaminando?
Cosa cambia davvero
La bozza non è un fulmine a ciel sereno. Già nel 2024 la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen aveva promesso una revisione della legislazione sugli appalti nelle sue linee guida politiche, e nel discorso sullo stato dell’Unione del 2025 aveva ribadito l’intenzione di introdurre un criterio «made in Europe» proprio nelle commesse pubbliche, come ricostruito dal Parlamento europeo. Ora quelle intenzioni prendono la forma di un regolamento unico che andrà a sostituire le tre direttive del 2014 su settore pubblico, utilities e concessioni. La scelta dello strumento è importante: un regolamento si applica direttamente in tutti gli Stati membri senza bisogno di recepimento nazionale, riducendo i margini per ritardi o interpretazioni al ribasso.
La bozza, consultata dal portale specializzato Keystone Procurement, fissa alcuni paletti che cambiano le regole del gioco. I contratti andranno assegnati in base al miglior rapporto qualità-prezzo, con la qualità che dovrà pesare almeno per il 30% del punteggio complessivo di valutazione; per i contratti ad alta intensità di lavoro la soglia sale al 50%. In parallelo, le stazioni appaltanti potranno respingere le offerte relative a grandi commesse se meno del 50% del contenuto proviene dall’Europa. È un criterio di preferenza industriale esplicito, pensato per proteggere le filiere comunitarie e scoraggiare dipendenze da fornitori extraeuropei in settori strategici. La Commissione europea calcola che il mercato degli appalti pubblici valga circa il 14-15% del Pil dell’Unione, qualcosa come 2,5 trilioni di euro l’anno: una torta enorme su cui Bruxelles vuole avere voce in capitolo.
Sul fronte ambientale, la bozza introduce la possibilità di conteggiare le emissioni e altri costi ambientali lungo l’intero ciclo di vita di un prodotto o di un servizio, insieme a requisiti di efficienza energetica. In pratica, non basterà più dichiarare un prezzo stracciato se poi il cemento arriva da un forno che brucia carbone senza filtri o se il camion che consegna i materiali viaggia a gasolio senza alcuna compensazione. I settori coperti dal nuovo regolamento, come riportato da Euronews, includono energia, acqua, trasporti, servizi postali, estrazione di gas e petrolio: comparti che muovono investimenti pubblici enormi e che già oggi sono al centro del dibattito sulla decarbonizzazione. La domanda, a questo punto, è quali comparti saranno chiamati per primi a fare i conti con questa svolta.
Cosa conviene fare (e quando)
Già nel settembre 2025 il centro studi Bruegel metteva in guardia: i settori ad alta intensità energetica – acciaio, chimica, cemento, vetro – saranno i primi a sentire l’impatto delle riforme sugli appalti. La ragione è semplice: sono industrie che consumano molta energia, emettono molta CO₂ e operano spesso in regime di concorrenza globale, dove un criterio di preferenza europea può fare la differenza tra un’acciaieria che resta aperta e una che chiude. La tabella di marcia tracciata dall’Industrial Decarbonisation Accelerator Act, il cui varo era atteso per l’autunno 2025, segna la direzione: inserire criteri di resilienza e sostenibilità direttamente dentro i processi di appalto pubblico per quei settori, così da usare la domanda pubblica come leva per accelerare la trasformazione industriale.
Per le imprese che lavorano o ambiscono a lavorare con la pubblica amministrazione, il messaggio è chiaro. Non serve aspettare che il regolamento diventi legge: la partita si gioca adesso, sulla capacità di documentare la qualità dei materiali, dimostrare l’efficienza energetica dei processi, tracciare la filiera e, dove possibile, ancorare le forniture a produttori europei. Chi oggi investe in certificazioni ambientali, forma il personale sulla rendicontazione del ciclo di vita e stringe partnership con fornitori europei domani avrà un vantaggio competitivo non marginale in un mercato che vale 2,5 trilioni di euro l’anno. Il cambiamento non è più una promessa lontana: è già scritto in una bozza di regolamento. Conviene studiarsela per tempo.




