L’acquisizione del sistema di Bollingstedt rafforza il portafoglio tedesco di Alpiq, dove la connessione flessibile conta quanto la potenza installata
Chi ha i pannelli sul tetto, o semplicemente guarda con attenzione la bolletta, prima o poi se lo chiede: che fine fa tutta l’energia solare prodotta a mezzogiorno, quando le case sono vuote e nessuno la consuma? Una risposta sempre più concreta sono le grandi batterie collegate alla rete elettrica, una specie di “batterie di quartiere” in versione industriale. Una di queste si trova a Bollingstedt, nel nord della Germania, ed è passata di mano a fine agosto: come ha riportato il 25 agosto la testata reNEWS, la società svizzera Alpiq ha acquisito il sistema di accumulo sviluppato da ECO STOR. A due mesi da quell’annuncio vale la pena capire perché un’operazione così tecnica riguarda, in fondo, anche chi paga la luce.
Una batteria che cambia proprietario, e cosa racconta
Bollingstedt si trova nello Schleswig-Holstein, una regione dove l’energia rinnovabile abbonda e dove la domanda di partenza, cioè dove mettere l’elettricità prodotta quando non serve, ha una risposta fisica: container pieni di celle che si caricano quando l’energia costa poco e la restituiscono quando serve. Per Alpiq non è un acquisto isolato. Secondo quanto riportato da Energy Global, Bollingstedt è il terzo sistema di accumulo a batteria (in gergo BESS) operativo nel portafoglio di Alpiq, e al momento il più grande. La stessa fonte presenta l’operazione come un segnale di fiducia nelle capacità di ECO STOR nello sviluppo dei progetti e nella sua competenza tecnica.
Il rapporto tra le due aziende, del resto, era già avviato: nel novembre 2025 avevano firmato un accordo di tolling a lungo termine per la batteria di Schuby, sempre nel nord della Germania. Il tolling, semplificando, è una sorta di affitto della capacità: chi possiede l’impianto lo mette a disposizione di un operatore che lo usa e lo commercializza in cambio di un compenso. E all’inizio di luglio 2026 Alpiq ha comprato il 90% di Harmony Energy, sviluppatore e operatore di batterie attivo in diversi paesi europei, con progetti per diversi gigawatt tra Regno Unito, Francia, Germania e Polonia. Resta da capire perché un grande operatore svizzero punti così tanto proprio sulla Germania.
Non conta solo la taglia: la connessione è il vero patrimonio
La risposta sta nei numeri. Secondo un’analisi dell’International Trade Administration statunitense, nel 2025 la Germania ha installato 842 MW di batterie su scala di rete, un record che ha quasi raddoppiato i 450 MW dell’anno precedente. La capacità di immagazzinare energia è cresciuta ancora più in fretta in termini percentuali: più 1,6 GWh, fino a un totale di 3,5 GWh. Per avere un’idea della differenza tra le due unità: i megawatt dicono quanta potenza una batteria può erogare in un istante, i megawattora quanta energia riesce a contenere, cioè per quanto tempo può continuare a erogarla.
Ma l’aspetto più interessante dell’operazione Bollingstedt non riguarda la taglia. ECO STOR sostiene di aver sviluppato, insieme al gestore di rete Schleswig-Holstein Netz (SH Netz), uno dei primi accordi di connessione flessibile per batterie in Germania, come riporta il sito specializzato ESS News. In pratica, invece di garantire all’impianto un accesso pieno e sempre disponibile alla rete, che spesso significa anni di attesa e lavori costosi, la connessione flessibile permette al gestore di limitarne l’uso nei momenti di congestione. Per chi sviluppa un progetto vuol dire entrare in funzione prima; per la rete, sfruttare meglio i cavi che già esistono. Non è un caso isolato: secondo la stessa fonte, Eon ha annunciato l’intenzione di estendere un accordo di connessione flessibile standard a tutti i suoi operatori di rete di distribuzione in Germania entro la fine dell’anno.
Qui sta il punto. Secondo ECO STOR, citata da la rivista tedesca pv magazine, la vendita dimostra che per valutare un progetto di accumulo, oltre alla potenza installata, contano sempre di più il modo in cui l’impianto viene gestito, commercializzato e connesso alla rete. L’azienda legge l’acquisizione da parte di Alpiq come una conferma di questo approccio e come un segno della crescente maturità del mercato tedesco dell’accumulo, oltre che un segnale importante per l’intera crescita del settore. È la posizione di chi vende, naturalmente, ma descrive bene un cambiamento: una batteria vale non solo per quanto è grande, ma per quanto bene riesce a lavorare dentro la rete.
Più batterie, meno margini: il conto che arriva
C’è però un rovescio della medaglia. Se le batterie si moltiplicano così in fretta, cosa succede ai loro guadagni? In una nota di ricerca riportata da Energy-Storage.news, la società di analisi Wood Mackenzie prevede che la Germania guidi le installazioni europee di batterie nell’anno di riferimento della nota, con 3,5 GW in entrata in funzione, e che arrivi a raddoppiare fino a 7 GW entro il 2034. Nella stessa nota, però, Wood Mackenzie avverte che i ricavi sono destinati a scendere nel prossimo decennio a causa della cosiddetta cannibalizzazione dei prezzi.
Il meccanismo è intuitivo. Una batteria guadagna comprando energia quando costa poco e rivendendola quando costa cara. Ma se migliaia di batterie fanno la stessa cosa nelle stesse ore, la domanda nelle ore economiche sale, l’offerta in quelle care aumenta, e la differenza tra i due prezzi, cioè il margine, si restringe. È un paradosso: la stessa crescita che rende il mercato maturo erode i guadagni del singolo impianto. Per chi investe significa che i rendimenti dei primi anni non sono una buona base per prevedere quelli futuri.
Per il cittadino, la notizia è nel complesso buona: più batterie in rete significa che l’energia solare di mezzogiorno smette di andare sprecata e può essere usata la sera, quando la domanda sale. Per imprese e investitori che valutano un progetto di accumulo, invece, l’avvertenza è chiara: la domanda giusta non è più “quanto è grande”, ma “come si connette, chi lo gestisce e a chi vende l’energia”. Con ricavi destinati a scendere, saranno queste le cose a fare la differenza tra un impianto che rende e uno che fatica a ripagarsi.




