Acquisiti due progetti di batterie da 244MW con contratti di capacity market di 17 anni.
Quando il sole tramonta e il vento cala, da dove arriva la corrente che fa girare il frigorifero e la lavatrice? È un dubbio che prima o poi si pone chiunque senta parlare di rinnovabili. In Polonia, un Paese che ha costruito il proprio sistema elettrico sul carbone, una parte della risposta passa da grandi batterie collegate alla rete. All’inizio di ottobre, circa tre settimane fa, il fondo d’investimento Actis ha annunciato l’acquisizione di due progetti di accumulo a batteria (in gergo BESS, battery energy storage systems), per un totale di 244MW di potenza e 1.141MWh di energia immagazzinabile, con una durata di scarica di oltre quattro ore. Non è una notizia dell’ultima ora, ma è un caso utile per capire dove si sta spostando il denaro della transizione energetica.
Il Paese del carbone che compra batterie
Per farsi un’idea delle dimensioni del problema bastano alcune cifre. Secondo le previsioni riportate da Actis, entro il 2040 la Polonia dovrebbe dismettere circa 18GW di centrali a carbone, aggiungendo 50GW di rinnovabili e 14GW di impianti a gas. Nel frattempo la domanda elettrica dovrebbe più che raddoppiare entro il 2050, spinta dall’elettrificazione dell’industria e dei trasporti e dalla crescita economica. Le batterie servono a questo: se sole e vento sono come un rubinetto che non si può aprire a comando, una batteria di rete funziona come un serbatoio. Si riempie quando l’energia abbonda e si svuota quando serve, per esempio la sera, quando la gente torna a casa e accende tutto.
I due impianti vengono rilevati da DRI. Il primo, a Kozienice, ha una potenza di 112MW e una capacità di 518MWh: è già stato acquisito ed è pronto per la costruzione. Il secondo, a Trzebinia, ha 132MW e 623MWh di capacità: il contratto è firmato e l’operazione si chiuderà quando l’impianto entrerà in funzione. Secondo Actis saranno tra i primi progetti di accumulo su scala industriale a entrare in esercizio commerciale in Polonia. Rispetto ai gigawatt di carbone da sostituire, però, 244MW sono poco. Resta da capire perché un fondo d’investimento li consideri un affare.
Diciassette anni di bollette già scritte
La risposta è che Actis non compra soltanto megawattora: compra la certezza di un flusso di ricavi lungo quasi due decenni. Entrambi gli impianti hanno un contratto di capacity market della durata di 17 anni, indicizzato all’inflazione. Il capacity market è un meccanismo con cui il sistema elettrico paga gli impianti per essere disponibili quando serve, indipendentemente da quanta energia vendono davvero. Per l’impianto di Trzebinia un comunicato sul progetto DRI Trzebinia parla di 133 MW, un dato leggermente diverso da quello di Actis, e lo descrive come il più grande progetto di accumulo a batteria in Polonia con un contratto di capacity market di 17 anni, in vigore dal 2027. Come ha notato un’analisi di Timera Energy sul mercato polacco, è proprio questo contratto che Actis indica come nucleo della sua base di ricavi garantiti.
Per capire quanto valga, va messo a confronto con il modo in cui sono cambiate le regole. Il valore che il capacity market riconosce a una batteria dipende dal cosiddetto fattore di derating, cioè la quota della sua potenza considerata davvero affidabile nei momenti critici. Secondo la stessa analisi, questo fattore è sceso dal 95% del 2022-23 al 13% nel 2025, ed è diventato un ostacolo alla partecipazione delle batterie. In parole semplici: chi è entrato prima si è assicurato condizioni molto più generose di chi arriva dopo. Un contratto già firmato e protetto dall’inflazione vale quindi più del suo semplice impianto.
Le aste, nel frattempo, si erano riempite di accumuli. Secondo il Polish Economic Institute, citato in un rapporto sul boom dello stoccaggio in Polonia, nell’asta principale del dicembre 2024 sono stati contrattati circa 2,5 GW di capacità di stoccaggio, il 44% in più rispetto agli 1,7 GW del 2023. Più concorrenza e regole meno generose spingono nella stessa direzione: diventano più preziosi i progetti che hanno già in tasca un contratto lungo. Resta però aperta la domanda su chi controllerà questo mercato nei prossimi anni.
La corsa è appena cominciata
Actis non è sola, e i numeri degli altri ridimensionano il peso della sua operazione. Greenvolt dichiara una pipeline di accumuli ponderata per probabilità di circa 4,6 GW, di cui circa 2,4 GW in Polonia. La società elettrica PGE prevede di realizzare oltre 80 progetti di stoccaggio energetico, per un valore stimato di circa 18 miliardi di zloty, pari a 4,7 miliardi di dollari. Actis, dal canto suo, punta anche ad abbinare produzione e accumulo: lo scorso luglio ha firmato l’acquisizione di Klara Renewables, un portafoglio eolico onshore da 171MW con un potenziale di ibridazione di circa 275MW, cioè la possibilità di affiancare agli impianti altra capacità, per esempio batterie.
Il quadro che emerge è quello di un accumulo che smette di essere un accessorio delle rinnovabili e diventa un’infrastruttura di base, finanziata come si finanziano le reti: con ricavi lunghi, prevedibili e agganciati all’inflazione. Per chi segue questi temi, anche fuori dalla Polonia, la lezione è pratica. Quando si legge di una nuova grande batteria, conta meno la sua taglia e conta di più chi ne garantisce i ricavi e per quanto tempo. Senza un contratto solido, anche un impianto enorme è una scommessa. Con un contratto di 17 anni, perfino due impianti relativamente piccoli diventano un investimento interessante. È da qui che si capirà se l’accumulo diventerà la parte della rete che tiene accesa la casa quando sole e vento non bastano.




