L’assenza di regole comuni frena lo sviluppo del settore tra Germania, Giappone e Italia
Nel 1981, due fisici tedeschi — Adolf Goetzberger e Armin Zastrow — formalizzarono il principio dell’agrivoltaico: una stessa superficie può produrre cibo ed elettricità senza che le due funzioni entrino in conflitto. La fotosintesi sotto i moduli non si ferma, il silicio sopra non smette di convertire fotoni. Quarantacinque anni dopo, quella visione aspetta ancora una definizione condivisa.
1981: la cella che parlava al grano
Goetzberger e Zastrow non stavano progettando un pannello qualunque. Nel loro lavoro posero le basi fisiche per cui un modulo fotovoltaico rialzato — montato a un’altezza sufficiente da lasciar passare le macchine agricole — poteva coesistere con colture erbacee e orticole. L’ombreggiamento parziale, se gestito con spaziature e inclinazioni corrette, non azzera la resa agricola: la riduce in misura calcolabile, compensata dalla produzione elettrica. L’agrivoltaico nacque in Germania e in Giappone — dove prese il nome di solar sharing — sviluppato fin dall’inizio insieme agli agricoltori, non calato dall’alto da utility o centri di ricerca. Ma perché, quarantacinque anni dopo, questo matrimonio tra silicio e fotosintesi è ancora in attesa di celebrazione?
Il paradosso della definizione mancante
La risposta ha una forma paradossale. Jochen Hauff, intervistato ieri da pv magazine, descrive l’agrivoltaico come un settore che sta acquisendo una propria identità: «una dimensione autonoma, quasi un business indipendente». Eppure la barriera più grande per il suo sviluppo, sostiene Hauff, è proprio l’assenza di definizioni coerenti tra i mercati. Non si tratta di un dettaglio burocratico: è il perno su cui ruotano normative, incentivi, rapporti tra produttori agricoli e sviluppatori di impianti.
Il paradosso è che la redditività esiste già, in condizioni appropriate e senza bisogno di sussidi. Lo conferma lo stesso Hauff: l’agrivoltaico può essere economicamente sostenibile quando il progetto è dimensionato sul reale fabbisogno dell’azienda agricola e non rincorre logiche speculative. Ma senza una definizione univoca — cosa distingue un impianto agrivoltaico da un parco fotovoltaico a terra con qualche pecora al pascolo? quale percentuale di produzione agricola deve essere mantenuta? — ogni Paese scrive le proprie regole, e chi progetta impianti su scala internazionale naviga a vista.
La tensione è tutta qui: la tecnologia funziona, i numeri di resa per ettaro — in termini di kilowattora e quintali — iniziano a essere noti e verificabili, ma il linguaggio per parlarne tra un installatore bavarese e un agricoltore andaluso non esiste ancora. A chi spetta costruirlo?
La task force e il conto in campo
Una risposta parziale arriva da un annuncio di ieri: il Global Solar Council ha lanciato una task force per affrontare il nodo delle definizioni. Non si tratta di un comitato che produrrà un glossario da biblioteca. L’obiettivo è mettere a confronto le definizioni esistenti nei diversi mercati — Germania, Giappone, Stati Uniti, Italia, Francia — e trovare un terreno comune che consenta a installatori, agronomi e legislatori di parlare la stessa lingua.
Per chi sta sul campo, la posta in gioco è concreta. Un installatore che oggi propone un impianto agrivoltaico in due regioni diverse dello stesso Paese può incontrare interpretazioni opposte della norma. Un agricoltore che vuole integrare moduli nei propri terreni deve districarsi tra vincoli che cambiano da provincia a provincia. La task force del Global Solar Council non risolverà tutto in una stagione, ma mette sul tavolo un principio spesso trascurato: l’agrivoltaico, per funzionare, deve essere progettato con gli agricoltori e per le comunità rurali, non semplicemente piazzato su suolo agricolo con una tolleranza formale.
Senza una lingua comune, l’agrivoltaico resterà un esperimento replicato solo in nicchie fortunate. Con le giuste definizioni, può diventare voce di bilancio per l’agricoltore e specifica tecnica per l’installatore — un dato di progetto come la pendenza del tetto o la profondità del pozzo.




