Il processo a base di acido ossalico recupera indio con purezza del 99,99 per cento in un solo passaggio
Ci siamo convinti che la transizione energetica passi dal fotovoltaico, e in buona parte è vero. Peccato che le celle più efficienti, quelle a eterogiunzione che stanno conquistando quote di mercato, contengano un metallo che l’Europa classifica come materia prima critica e che noi, con mirabile coerenza, seppelliamo in discarica insieme ai pannelli esausti. L’indio è il classico esempio di risorsa indispensabile e quasi introvabile: la Cina controlla la stragrande maggioranza della produzione mondiale, e la domanda cresce più in fretta della capacità estrattiva. In un mondo razionale, qualcuno avrebbe già costruito una filiera di recupero. Invece no. Poi, da un laboratorio francese, arriva una soluzione tanto semplice quanto sorprendente: acido ossalico e un unico passaggio chimico per ottenere indio con purezza 4N.
Il miraggio del riciclo
Diciamolo subito: l’indio non è un metallo qualsiasi. Serve per l’ossido di indio-stagno, lo strato conduttore trasparente che riveste gli schermi, i touchscreen e, appunto, le celle fotovoltaiche a eterogiunzione. L’Unione Europea lo ha inserito nell’elenco delle materie prime critiche già da anni, e ogni aggiornamento della lista conferma che siamo lontanissimi da una qualunque forma di autonomia. Il paradosso è che l’indio contenuto nei pannelli è tecnicamente recuperabile: basterebbero processi idrometallurgici collaudati. Ma i costi di raccolta, smontaggio e purificazione restano così alti che a nessuno conviene farlo. Così, mentre si moltiplicano gli annunci sugli obiettivi di riciclo, la stragrande maggioranza dei moduli fotovoltaici a fine vita viene triturata o esportata in Paesi con regole ambientali più lasche. Il risultato è che recuperiamo vetro e alluminio — le parti più facili — ma perdiamo i metalli strategici. È una politica industriale che si accontenta delle briciole. Ma da un centro di ricerca francese arriva una risposta chimica che potrebbe cambiare le carte in tavola.
La chimica della semplicità
Eppure, la soluzione proposta dal CEA-Liten ribalta questa complessità con una ricetta quasi banale. Il processo messo a punto dai ricercatori francesi impiega acido ossalico — sì, quello che si compra in ferramenta per pulire il legno o rimuovere la ruggine — e lo fa in condizioni blande, senza bisogno di temperature estreme o pressioni elevate. La scoperta sta nel doppio ruolo che l’acido ossalico gioca nella reazione: agisce contemporaneamente come agente riducente e complessante, influenzando il comportamento di dissoluzione di indio e stagno a seconda delle condizioni operative. In pratica, attacca selettivamente lo strato di ossido di indio-stagno senza devastare il resto del modulo. La dissoluzione di questo strato consente poi il distacco delle griglie d’argento dal wafer di silicio — un dettaglio non secondario, perché anche l’argento è un metallo prezioso che finisce al macero. Alla fine del ciclo, l’indio viene recuperato in un unico passaggio chimico con una purezza di grado 4N, cioè il 99,99 per cento. Tecnicamente, è il livello richiesto per reimmetterlo nella produzione di nuova elettronica e nuovi pannelli.
Ciò che colpisce, in questa ricerca pubblicata su Solar Energy Materials and Solar Cells, non è tanto la novità assoluta — la letteratura scientifica sull’idrometallurgia dell’indio esiste da tempo — quanto l’eleganza dell’approccio. Invece di moltiplicare i passaggi di purificazione, come fanno i metodi tradizionali che prevedono estrazioni con solventi, resine a scambio ionico e precipitazioni frazionate, qui si sfrutta una chimica relativamente semplice in condizioni operative che non richiedono reattori particolarmente sofisticati. L’acido ossalico non è innocuo, ma è maneggevole e molto meno aggressivo delle miscele di acidi minerali concentrati che popolano i protocolli standard. Se l’obiettivo è rendere il riciclo economicamente sostenibile, ridurre il numero di passaggi e la complessità impiantistica è la strada maestra. E il fatto che il processo separi anche l’argento in modo pulito, senza contaminare il silicio, aggiunge valore economico all’intera operazione: non si recupera solo l’indio, ma si evita di buttare via un metallo che sul mercato vale parecchio. Ma la domanda ora è: basterà questa dimostrazione per convincere l’industria?
Dalla provetta al pannello: il salto che manca
La domanda è legittima, perché la storia della ricerca sul riciclo dell’indio non inizia oggi. Già nel 2025, un gruppo guidato da Liu et al. aveva pubblicato su MDPI Sustainability uno studio sulla purificazione idrometallurgica dell’indio da celle solari a eterogiunzione, dimostrando che l’interesse accademico sul tema è vivace e che esistono approcci concorrenti. Il lavoro del CEA-Liten — presentato lo scorso mese a Intersolar Europe 2026 — si inserisce quindi in un panorama scientifico già in movimento, ma con un vantaggio specifico: la combinazione di semplicità operativa e doppio recupero indio-argento. Il problema è che tra la presentazione a una fiera e l’adozione di massa da parte dei produttori di pannelli c’è di mezzo un abisso. Servono impianti pilota, validazioni su scala semi-industriale, qualcuno disposto a investire in una filiera che oggi non esiste. C’è un progetto europeo, EVERPV, che tenta di mettere insieme i pezzi, ma i fondi per il riciclo avanzato del fotovoltaico restano una frazione minuscola di quelli destinati all’installazione di nuova capacità.
Il punto politico è esattamente questo: sappiamo che l’indio è critico, sappiamo che ne consumeremo quantità crescenti, sappiamo che esistono processi chimici per recuperarlo. Quello che manca è il mercato. Senza obblighi stringenti di recupero per i produttori e senza incentivi che rendano il riciclo più conveniente dell’estrazione primaria, qualsiasi scoperta di laboratorio resterà confinata alle riviste scientifiche. E non è un problema solo europeo: finché la Cina continuerà a esportare indio a prezzi contenuti, chiunque provi a costruire un impianto di riciclo dovrà fare i conti con una concorrenza al ribasso che strozza i margini prima ancora di partire. Il CEA-Liten ha fatto il suo lavoro, e lo ha fatto bene. Adesso tocca alla politica industriale dimostrare di saper passare dagli annunci ai decreti attuativi. La tecnologia c’è. La politica ha fissato gli obiettivi. Ma senza un mercato che prema e incentivi mirati, l’indio continuerà a essere sepolto con i vecchi pannelli.




