Il dominio cinese nel mercato globale dei sistemi di accumulo ha raggiunto il 76% nel 2025
Mai come oggi montare un sistema di accumulo sembra un affare. I preventivi in rete mostrano prezzi al kilowattora che fino a due anni fa erano fantascienza, e la tecnologia ha raggiunto una maturità che rassicura anche i più scettici. Poi però guardi la scheda tecnica, leggi i nomi dei produttori, e ti viene un dubbio: chi c’è esattamente dietro quei moduli? E, soprattutto, quanto durerà questa pacchia?
La risposta, numeri alla mano, è contenuta in un’istantanea di mercato che pochi raccontano, pubblicata nei giorni scorsi da Wood Mackenzie. Nel 2025 gli integratori cinesi hanno catturato il 76 per cento del mercato globale dei sistemi di accumulo a batteria. Tradotto: più di tre moduli su quattro, in tutto il mondo, parlano cinese.
L’illusione del prezzo basso
Quando scorri le offerte e trovi un sistema chiavi in mano a una cifra che ti sembra un errore di battitura, non stai sognando. La convenienza è reale, ma ha un retroscena che con il tuo tetto e la tua pompa di calore c’entra fino a un certo punto. È il riflesso di uno scontro commerciale combattuto a colpi di gigawattora, con quartier generale dall’altra parte del mondo. La sensazione è quella di chi si gode un’estate insolitamente fresca: tutto vero, finché non scopri da dove arriva il vento.
Ma chi produce davvero questi sistemi, e perché costano così poco?
La fotografia del mercato: otto su dieci parlano cinese
Basta guardare la top ten dei produttori. Otto su dieci, secondo il report, hanno sede in Cina. Tesla e Sungrow guidano la classifica per il terzo anno di fila, ma se l’azienda di Elon Musk è un’americana a tutti gli effetti, la logica del mercato segue traiettorie ben precise. Già nel 2023, stando a un precedente report di Wood Mackenzie, sei dei primi dieci integratori globali erano cinesi. L’anno successivo, in un aggiornamento di metà mandato, il contatore era salito a sette. Oggi, a consuntivo 2025, siamo a quota otto. Una scalata inarrestabile, alimentata da una miscela di concorrenza interna feroce e un eccesso di offerta che ha spinto le aziende a cercare sbocchi in Europa e Medio Oriente con un’aggressività senza precedenti.
Il risultato è un mercato al tempo stesso iper-frammentato e ultra-competitivo. La quota combinata dei primi tre operatori è scesa dal 36 per cento del 2024 al 30 per cento del 2025, segno che la torta si sta distribuendo tra un numero crescente di giocatori, tutti disposti a tagliare i margini pur di accaparrarsi ordini. Per chi oggi installa un sistema di accumulo, questa è un’ottima notizia: i costi sono schiacciati verso il basso da una guerra di logoramento che si combatte lontano da qui. In Medio Oriente, per fare un esempio, BYD e Sungrow hanno catturato da sole l’87 per cento del mercato regionale.
Il punto è: se da un lato questa dinamica rende l’investimento più leggero oggi, dall’altro accende i riflettori della politica, soprattutto quella che decide i sussidi.
La risposta americana (e il paradosso Tesla)
Non a caso, gli Stati Uniti hanno già risposto. Analizzando l’impatto del cosiddetto “One Big, Beautiful Bill Act”, si scopre che la legge introduce clausole sulle cosiddette “entità straniere di preoccupazione” (FEOC) per il credito d’imposta 48E. In parole povere: se il tuo sistema di accumulo contiene componenti che rientrano nella definizione di FEOC, puoi dire addio agli incentivi federali. E siccome la filiera delle batterie, oggi, passa quasi tutta per la Cina, il cerino in mano rischia di trovarselo l’investitore finale.
Qui si inserisce il paradosso Tesla. L’azienda mantiene il primo posto globale anche grazie alla sua fabbrica di Megapack a Lathrop, in California, ma ha scelto di giocare su due tavoli. Lo scorso dicembre ha avviato la produzione di prova nel suo nuovo stabilimento di assemblaggio a Shanghai, dove ha investito circa 200 milioni di dollari. Un impianto da 40 GWh di capacità annua, perfettamente speculare a quello californiano. Una mossa che in Europa osserviamo con un certo interesse: anche la numero uno al mondo ha dovuto mettere un piede in Cina per presidiare i costi.
E in Europa? Per ora il silenzio è quasi assordante, ma l’esperienza americana insegna che i dazi possono arrivare all’improvviso. Chi oggi firma un contratto per un accumulo, magari pagandolo poco perché prodotto in Cina, farebbe bene a farsi due conti su cosa potrebbe succedere tra cinque o dieci anni, quando serviranno pezzi di ricambio o un ampliamento dell’impianto. Se le tensioni geopolitiche dovessero intensificarsi, la convenienza di oggi potrebbe trasformarsi nella dipendenza di domani, con costi di manutenzione fuori controllo.
Dunque, guardare il prezzo è inevitabile, ma informarsi sulla filiera dietro quel prezzo sta diventando altrettanto fondamentale. Non per fare i puristi dell’autarchia industriale, ma per evitare che il risparmio di oggi si trasformi in un grattacapo tra qualche anno, quando il contesto normativo potrebbe essere decisamente meno amichevole.




